Cicerone: l'uomo che sfidò i giganti

C’è un momento preciso nella storia di Roma in cui la parola scritta e parlata ha tremato di fronte al rumore delle spade, prima di arrendersi per sempre. Al centro di questo scontro titanico c’è un uomo senza antenati nobili, un homo novus venuto dalla provincia, armato solo del suo ingegno e di un’eloquenza formidabile: Marco Tullio Cicerone.
Spesso la storia ci tramanda i ritratti dei conquistatori, il genio militare di Giulio Cesare, l'audacia di Pompeo, la spietatezza politica di Ottaviano. Ma per capire davvero il crollo della Repubblica romana, bisogna guardarlo attraverso gli occhi di Cicerone. 
Un uomo che non ha vissuto la storia da spettatore, ma che ha tentato disperatamente di farne la sceneggiatura, finendo stritolato dai suoi stessi attori.

Figlio del fango e delle proscrizioni
La chiave per comprendere il Cicerone maturo risiede nella sua giovinezza. Nato nel 106 a.C. (coetaneo di Pompeo e di sei anni più grande di Cesare), Cicerone assiste poco più che ventenne agli orrori della prima vera guerra civile tra Mario e Silla. Vede Roma divorare se stessa, sperimenta il terrore delle liste di proscrizione sillane, dove i nomi dei cittadini venivano appesi nel Foro come condanne a morte legalizzate – e vede le teste dei senatori esposte sulle tribune.
Mentre il giovanissimo Cesare è costretto a fuggire di notte per salvare la pelle dalla furia di Silla, Cicerone compie il suo primo, clamoroso atto di coraggio. Da giovane avvocato esordiente, accetta di difendere Sesto Roscio, un ragazzo accusato ingiustamente di parricidio da un potente liberto del dittatore Silla. Cicerone vince la causa sfidando apertamente il regime. È l’inizio del suo mito, ma è anche il momento in cui in lui si radica un’ossessione che lo guiderà per tutta la vita: la fobia assoluta per la violenza delle armi e il culto cieco della legge e delle istituzioni repubblicane.

63 a.C.: Lo scontro totale con Catilina
Il culmine della carriera di Cicerone arriva nel 63 a.C., l'anno del suo consolato. È qui che si trova ad affrontare il pericolo più subdolo: la congiura di Lucio Sergio Catilina.
Catilina è l'esatto opposto di Cicerone: è un patrizio decaduto, un uomo d'arme spietato, carismatico e oscuro, che ha raccolto intorno a sé i disperati di Roma, i nobili pieni di debiti e i veterani di Silla rimasti senza terra. Promettendo la cancellazione dei debiti (novae tabulae), Catilina progetta un colpo di stato che prevede l'assassinio dei consoli (tra cui Cicerone stesso) e l'incendio della città.
Grazie a una rete di spie e alla soffiata di Fulvia, l'amante di uno dei congiurati, Cicerone scopre tutto. L'8 novembre del 63 a.C., in un'atmosfera di tensione elettrica, Cicerone entra in Senato e si siede di fronte a Catilina. Davanti agli sguardi di tutti, pronuncia l'attacco più famoso della storia della retorica:
"Fino a quando, Catilina, abuserai della nostra pazienza? Per quanto tempo ancora la tua follia si farà gioco di noi?"
Messo alle strette dall'orazione di Cicerone, Catilina fugge da Roma per raggiungere il suo esercito di ribelli in Etruria (dove morirà combattendo da valoroso). Ma a Roma restano i suoi complici. Cicerone, con una mossa audace ma legalmente rischiosa, fa arrestare i capi della congiura rimasti in città.
In Senato si consuma un dibattito drammatico: il giovane Giulio Cesare parla a favore della clemenza, chiedendo il carcere a vita; Cicerone, appoggiato da Catone l'Uticense, pretende la linea dura. Cicerone vince la battaglia politica e fa strangolare i congiurati nel buio del carcere Mamertino senza concedere loro la provocatio ad populum (il diritto di appello al popolo). Quella sera, Cicerone esce nel Foro e pronuncia una sola parola alla folla in attesa: "Vixerunt" (Hanno vissuto, ovvero: sono morti). Viene proclamato Pater Patriae, Padre della Patria. È il trionfo della toga sulle armi, ma è anche l'atto che gli costerà carissimo anni dopo, quando i suoi nemici lo accuseranno di aver condannato a morte dei cittadini romani senza processo.

L'ombra dei dittatori e il giallo delle Idi di Marzo
Il trionfo su Catilina è un’illusione che dura poco. La Repubblica è ormai troppo debole per resistere ai nuovi signori della guerra. Presto Cicerone si ritrova schiacciato tra l'oro di Crasso, le legioni di Pompeo e l'ambizione di Cesare. Durante la guerra civile sceglie Pompeo, ritenendolo il male minore. Dopo la vittoria di Cesare, Cicerone sperimenta l'umiliazione più grande: dover dipendere dalla clementia del dittatore, vivendo isolato e dedicandosi alla filosofia.
Il 15 marzo del 44 a.C., ventitré pugnalate pongono fine alla vita di Giulio Cesare. Cicerone assiste alla scena da spettatore. Si dice che Bruto, appena estratto il pugnale insanguinato, abbia alzato il braccio gridando proprio il nome dell'oratore, celebrando la ritrovata libertà.
Dietro quella morte, tuttavia, si muovono ombre ambigue. Marco Antonio, braccio destro di Cesare, quel giorno viene deliberatamente trattenuto fuori dall'aula del Senato da uno dei congiurati, Gaio Trebonio. Antonio sapeva? Aveva coperto il complotto fin da un misterioso incontro l'anno precedente a Narbona? Cicerone ne è convinto. Vede in Antonio un soldato brutale che vuole raccogliere l'eredità di Cesare per farsi tiranno.
Contro Antonio, Cicerone gioca la sua ultima, disperata carta politica. Decide di scommettere su un ragazzino di diciotto anni, fragile ma determinato, che il testamento di Cesare ha appena adottato: Ottaviano. Cicerone pensa di poter usare l'adolescente per dividere la fazione cesariana, convinto di poterlo manipolare. Pronuncia una frase che la storia ricorderà come un monumento all'ingenuità politica:
"Quel ragazzo va lodato, ornato di onori e... liquidato".

Ma Cicerone ha sottovalutato la fredda e spietata intelligenza del futuro Augusto. Ottaviano non si fa liquidare; al contrario, si allea proprio con il suo rivale Marco Antonio nel Secondo Triumvirato. E il prezzo che Antonio chiede a Ottaviano per siglare l'alleanza è proprio la testa di Cicerone.
Il 7 dicembre del 43 a.C., i sicari raggiungono Cicerone nella sua villa di Formia. L'anziano statista, stanco di fuggire, ordina ai suoi schiavi di posare la lettiga. Sporge il collo fuori dalle tende e guarda in faccia i suoi assassini con la dignità stoica di chi sa che la sua epoca è già morta.
Su ordine di Antonio, le sue mani, che avevano scritto le Filippiche, e la sua testa, che aveva formulato i più grandi discorsi dell'antichità, vengono tagliate e inchiodate sulla tribuna del Foro Romano. Fulvia, la moglie di Antonio, arriverà a trafiggere la lingua di quel cadavere con le sue spille d'oro, in un ultimo, macabro tentativo di mettere a tacere l'oratore.

Un uomo moderno nel tritacarne della storia
La straordinaria fortuna storica di Cicerone non deriva dall'aver vinto, ma dall'essersi raccontato. Attraverso le centinaia di lettere private inviate all'amico Attico, Cicerone si spoglia della maschera pubblica. Scopriamo così un uomo moderno, fragile, tormentato dai dubbi, vanitoso, a tratti codardo, che si piange addosso durante l'esilio e che trema di fronte al futuro.
Non era un eroe mitologico senza macchia, era un uomo in carne e ossa, guidato dall'illusione romantica che le leggi e la parola potessero fermare la forza bruta degli eserciti. Nel cimitero della Repubblica romana, Cicerone rimane l'ultimo, tragico baluardo di un mondo che non voleva arrendersi all'inevitabile avvento dell'Impero.

Una riflessione finale: L’uomo al bivio della Storia
Se guardiamo alla parabola di Cicerone con gli occhi di oggi, non possiamo che restare affascinati da una coincidenza temporale straordinaria. Quest'uomo sembra aver vissuto, quasi per un disegno del destino, esattamente a cavallo delle vicende più cruciali, drammatiche e sanguinose che hanno decretato la fine della Repubblica romana.
La sua vita è stata un ponte teso tra due mondi. Da ragazzo ha respirato il fango e il terrore della guerra civile tra Mario e Silla, vedendo per la prima volta il Foro macchiarsi del sangue delle proscrizioni. Da uomo maturo ha toccato il picco della gloria sventando nell'ombra il complotto di Catilina. Ha guardato negli occhi Giulio Cesare quando era ancora un giovane emergente e ambizioso, ne ha vissuto l'ascesa totale e ha assistito al crollo del suo dominio nelle Idi di Marzo. Infine, ormai anziano e stanco, ha cercato di farsi stratega di fronte all'ascesa del giovanissimo Ottaviano, finendo per essere l'ultima, illustre vittima di quella transizione irreversibile che avrebbe trasformato Roma in un Impero.
Cicerone non è stato un semplice spettatore del suo tempo. È stato l'incarnazione stessa di un'epoca al bivio. La sua fine tragica, con la parola messa a tacere dalla forza bruta delle spade, ci ricorda che la storia ufficiale è spesso scritta dai vincitori con il ferro, ma che la "storia occulta", quella dei sentimenti, delle paure, dei complotti e delle debolezze umane, si nasconde nelle pieghe dei pensieri di chi, fino all'ultimo respiro, ha creduto che un'idea potesse essere più forte di un esercito.

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