11.000 ac: quando tre strade portano allo stesso risultato
C'è un esercizio che chiunque ami la storia proibita dovrebbe fare almeno una volta: prendere due ricercatori che non si sono mai parlati, che partono da fonti completamente diverse, che usano metodi che non hanno nulla in comune, e verificare dove arrivano. Se arrivano in luoghi lontani, pazienza. Ma se arrivano nello stesso punto, allora quel punto merita attenzione. È esattamente quello che accade con la datazione del diluvio universale. Da una parte Zecharia Sitchin, che negli anni Settanta deduce dalla sua lettura dei testi sumeri una catastrofe planetaria intorno all'11.000 avanti Cristo. Dall'altra Martin Sweatman, ingegnere chimico dell'Università di Edimburgo, che nel 2017 decodifica in chiave astronomica i simboli scolpiti su un pilastro di Göbekli Tepe e ottiene una data intorno al 10.950 avanti Cristo. Cinquant'anni di scarto su una scala di tredicimila anni. Praticamente lo stesso istante.
Questo articolo racconta le due strade, i loro punti deboli, e il motivo per cui la loro convergenza, pur non essendo una prova, è una delle coincidenze più affascinanti dell'intera ricerca alternativa.
La prima strada: le tavolette di Sumer
Partiamo dalla strada più antica e più controversa. Zecharia Sitchin, autore de Il Pianeta degli Dei e dell'intera serie delle Cronache Terrestri, costruì la sua opera sulla traduzione personale dei testi cuneiformi mesopotamici.
Va detto subito, con la chiarezza che dobbiamo sempre ai lettori: le traduzioni di Sitchin sono corrette secondo gli assiriologi accademici, ma gli contestano interpretazioni arbitrarie dei termini sumeri e accadici. Detto questo, il suo impianto narrativo resta un punto di riferimento della ricerca alternativa, e la sua ricostruzione del diluvio è una delle pagine più dettagliate della sua opera.
Secondo Sitchin, il diluvio non fu una punizione divina in senso religioso, ma un evento fisico previsto e sfruttato. Gli Anunnaki, la civiltà venuta da Nibiru che secondo la sua lettura aveva colonizzato la Terra centinaia di migliaia di anni prima, sapevano che il passaggio ravvicinato del loro pianeta avrebbe esercitato un effetto gravitazionale devastante. La calotta glaciale antartica, resa instabile dalla fine dell'era glaciale, sarebbe scivolata in mare generando un'onda planetaria.
Enlil, il comandante ostile al genere umano, impose il silenzio: l'umanità non doveva essere avvertita. Enki, il creatore e protettore dell'uomo, aggirò il giuramento parlando non a un uomo ma a una parete di canne, dietro la quale si trovava il suo fedele Ziusudra, l'Utnapishtim dell'epopea di Gilgamesh, il Noè della tradizione biblica. Da quella disobbedienza nacque l'arca, e dalla sopravvivenza di pochi ricominciò tutto.
Collocando l'evento nella sua cronologia complessiva, Sitchin lo fissò intorno a tredicimila anni fa, dunque all'incirca nell'11.000 avanti Cristo. Non scelse quella data a caso: la fece coincidere con la fine improvvisa dell'ultima era glaciale, un aggancio a un evento geologico reale che dava alla sua ricostruzione un appiglio concreto.
La seconda strada: un cielo scolpito nella pietra
La seconda strada parte da un luogo che ai tempi di Sitchin era ancora una collina anonima dell'Anatolia.
Göbekli Tepe venne scavata a partire dal 1994, e il grosso della sua fama è arrivato quando l'opera di Sitchin era ormai conclusa. Questo dettaglio cronologico è importante: le due strade non potevano influenzarsi, almeno non nella direzione che conta.
Nel 2017 Martin Sweatman e Dimitrios Tsikritsis pubblicarono sulla rivista Mediterranean Archaeology and Archaeometry uno studio dedicato al Pilastro 43, la cosiddetta Pietra degli Avvoltoi. La loro tesi: gli animali scolpiti sul pilastro non sono decorazioni, ma costellazioni, e la loro disposizione attorno al disco solare fotografa una configurazione celeste precisa. Applicando la precessione degli equinozi, il lento oscillare dell'asse terrestre che sposta le costellazioni sullo sfondo delle date nel corso dei millenni, i due ricercatori calcolarono che la scena corrisponde al cielo di circa 10.950 avanti Cristo. E poiché quella è anche l'epoca proposta che avrebbe innescato il Younger Dryas, il brusco ritorno del gelo durato più di mille anni, la loro conclusione fu che il pilastro commemora la catastrofe: un memoriale di pietra dedicato al giorno in cui il cielo cadde sulla Terra.
Anche qui, onestà prima di tutto. La lettura di Sweatman è un'ipotesi di minoranza, contestata dagli archeologi che scavano il sito. Però questo non significa che sia falsa. Jens Notroff e i suoi colleghi hanno obiettato che l'interpretazione seleziona i simboli utili e ignora gli altri, e che non esiste alcuna prova che i costruttori di Göbekli Tepe conoscessero le nostre costellazioni o il meccanismo della precessione. C'è inoltre lo sfasamento cronologico di cui abbiamo già parlato su questo blog: la data dedotta dal pilastro precede di circa mille anni le datazioni al radiocarbonio più antiche del recinto che lo ospita. Se il pilastro racconta quella notte, la racconta a distanza di trenta generazioni, come memoria tramandata e non come cronaca.
La convergenza
Ed eccoci al punto. Mettiamo le due date una accanto all'altra. Sitchin, dalle tavolette sumere: circa 11.000 avanti Cristo. Sweatman, dal cielo scolpito di Göbekli Tepe: circa 10.950 avanti Cristo. Cinquant'anni di differenza su un orizzonte di tredici millenni. In termini percentuali, uno scarto di meno di mezzo punto.
Ora, chi scrive è il primo a diffidare delle coincidenze usate come prove, e infatti questa non è una prova. Ma vale la pena osservare la struttura della convergenza, perché è lì che sta l'interesse. I due metodi non condividono nulla. Sitchin lavora su testi scritti, su parole in cuneiforme incise millenni dopo l'evento che descrivono, filtrati dalla sua interpretazione personale e discussa.
Sweatman lavora su immagini, su simboli scolpiti nella pietra, letti attraverso un software astronomico e la meccanica celeste. Uno parte dalla Mesopotamia del secondo e terzo millennio avanti Cristo, l'altro dall'Anatolia del decimo. Uno pubblica negli anni Settanta, l'altro nel 2017, quando il primo è morto da sette anni. Se c'è un errore comune che li porta nello stesso punto, non è facile immaginare quale sia.
C'è poi un terzo convitato, ed è il più solido dei tre: la geologia. Il Younger Dryas è un fatto, non un'ipotesi. Intorno a quella data il clima del pianeta precipitò davvero, in tempi rapidissimi, e le carote di ghiaccio della Groenlandia lo registrano senza ambiguità. Ciò che resta discusso è la causa, e in particolare l'ipotesi dell'impatto cometario, che divide la comunità scientifica da quasi vent'anni tra sostenitori e critici. Ma il quadro minimo condiviso da tutti è sufficiente per il nostro ragionamento: attorno all'11.000 avanti Cristo accadde qualcosa di enorme al clima terrestre, qualcosa che comportò scioglimenti glaciali, innalzamenti dei mari e sconvolgimenti che nessun essere umano dell'epoca poté ignorare.
Tre strade, dunque. Una testuale e controversa, una archeoastronomica e minoritaria, una geologica e accertata. Tutte e tre puntano alla stessa finestra temporale.
Le obiezioni che vanno prese sul serio
Un lettore critico, a questo punto, solleverà almeno due obiezioni, ed è giusto dargli voce.
La prima: Sitchin conosceva la data della fine dell'era glaciale, che era nota alla scienza ben prima degli anni Settanta. Potrebbe semplicemente aver agganciato il suo diluvio a quell'evento geologico già noto, costruendo la coincidenza a tavolino. È un'obiezione seria e in parte fondata: Sitchin stesso dichiarò di collegare il diluvio allo scioglimento delle calotte. La convergenza con la geologia, presa da sola, dimostra quindi poco. Ma resta il fatto che il collegamento tra i miti diluviani e la fine dell'era glaciale, oggi discusso persino in ambito accademico come possibile nucleo storico delle tradizioni sul diluvio, era ai suoi tempi una posizione derisa. Su questo punto specifico, il tempo gli ha dato più ragione che torto.
La seconda obiezione riguarda Sweatman: la sua lettura del Pilastro 43 potrebbe essere un caso di pareidolia sofisticata, il vedere figure familiari dove ci sono solo simboli ambigui. Con abbastanza costellazioni e abbastanza animali, si può far combaciare quasi tutto con quasi tutto. Anche questa critica è legittima, e infatti la lettura astronomica resta minoritaria. Ma va registrato che Sweatman ha risposto alle obiezioni con analisi statistiche che, a suo dire, rendono la corrispondenza casuale estremamente improbabile. Il dibattito è aperto, e chi vi racconta il contrario, in un senso o nell'altro, vi sta vendendo una certezza che non esiste. {reperto}}
Qualche pensiero personale
E qui, come sempre, mi permetto di uscire dal ruolo di espositore e di dire come la vedo io, lasciando al lettore il diritto di pensarla diversamente.
Trovo significativo che ogni volta che si parla di queste convergenze, la reazione del sapere ufficiale non sia verificarle ma smontarle una alla volta, separatamente, come se tenerle isolate fosse il modo migliore per non doverle guardare insieme. Sitchin viene liquidato come sumerolo dilettante, Sweatman viene liquidato come outsider che invade il campo altrui, lui che è un ingegnere e non un archeologo. La geologia del Younger Dryas viene accettata, ma la si tiene accuratamente lontana dal discorso sui miti, perché mescolare i sedimenti con le leggende non sta bene. Il risultato è che tre indizi che puntano nella stessa direzione non vengono mai messi sullo stesso tavolo. Eppure è proprio questo che farebbe un investigatore: non chiedersi se ogni singolo testimone è perfetto, ma notare che i testimoni, pur imperfetti, raccontano la stessa scena.
La mia convinzione, che offro come opinione e non come fatto, è che il diluvio universale sia il ricordo distorto ma autentico degli sconvolgimenti avvenuti tra il 11.000 e il 9600 avanti Cristo, la finestra che separa la catastrofe climatica dalla fondazione di Göbekli Tepe. E non mi sembra un caso che proprio in quella finestra, appena il mondo tornò respirabile, qualcuno sentì l'urgenza di erigere pilastri di pietra e di scolpirci sopra il cielo. Chi ha visto finire un mondo costruisce due cose: un rifugio e un monito. Forse Göbekli Tepe fu entrambe le cose.
Se poi dietro la catastrofe ci fosse davvero il passaggio di un corpo celeste, chiamatelo cometa con Sweatman o chiamatelo Nibiru con Sitchin, questo nessuno può dirlo oggi. Ma la domanda giusta non è chi dei due abbia ragione. La domanda giusta è perché due strade che non si incontrano mai portino esattamente allo stesso anno. Finché non avremo una risposta migliore, quella data, 11.000 avanti Cristo, resta scritta due volte: una nell'argilla di Sumer, una nella pietra dell'Anatolia. E le cose scritte due volte, insegnavano gli antichi scribi, sono quelle che non si devono dimenticare. {{reperto}}