I metalli degli Dei: un desiderio che forse non è nostro
Provate a spiegare l'oro a un uomo di dodicimila anni fa. Ditegli che esiste un metallo giallo, pesante, che luccica. Lui vi chiederà, ragionevolmente, a cosa serve. E voi non avrete una risposta.
Perché l'oro non serve a niente. Non a lui, almeno. È troppo tenero per farci una lama: un pugnale d'oro si piega alla prima costola. È inutile per una punta di freccia, per una zappa, per un amo. Non si può mangiare. Non cura le ferite. Non tiene caldo, non illumina, non aiuta a orientarsi. Un uomo che passi tre giorni a setacciare la ghiaia di un fiume per ricavarne qualche grammo di polvere gialla è un uomo che per tre giorni non ha cacciato, non ha raccolto, non ha costruito nulla. In termini puramente pratici, ha sprecato tre giorni della propria vita.
Eppure quell'uomo l'ha fatto. E dopo di lui lo hanno fatto i suoi figli, e i figli dei suoi figli, per dodicimila anni, su ogni continente abitato, in civiltà che non si erano mai incontrate e che non sapevano nemmeno l'una dell'esistenza dell'altra. Hanno scavato montagne. Hanno mandato eserciti. Hanno attraversato oceani. Hanno ucciso, ridotto in schiavitù popoli interi, spopolato regioni intere. Tutto per un metallo che, all'epoca in cui questa ossessione è cominciata, non aveva un solo impiego pratico.
Questa è una delle domande più grandi e meno poste della storia umana. Non perché l'oro sia prezioso oggi, che è facile da spiegare. Ma perché lo era già quando non poteva esserlo.
Le risposte ragionevoli
Sarebbe disonesto fingere che la scienza non abbia nulla da dire su questo. Ce l'ha, ed è una risposta seria che merita di essere ascoltata prima di andare oltre.
La prima ragione è chimica, e chiunque può verificarla. L'oro non arrugginisce. Non si ossida, non annerisce, non si corrode. Il ferro si sfarina, il rame diventa verde, l'argento si annerisce col tempo, ma un oggetto d'oro sepolto per tremila anni riemerge dalla terra esattamente come vi era entrato. Gli scavi della necropoli di Varna, in Bulgaria, hanno restituito oggetti d'oro lavorati intorno al 4500 avanti Cristo, i più antichi manufatti aurei conosciuti al mondo, e brillano ancora. Per una mente antica, che vedeva ogni cosa marcire, arrugginire e sfaldarsi, questo era un fatto enorme. L'oro non muore. È l'unica materia che si comporta come si suppone si comportino gli dei.
La seconda ragione è geologica. Quasi tutti i metalli si trovano in natura sotto forma di minerali, cioè mescolati chimicamente ad altri elementi, e per estrarli serve la fusione, una tecnologia che l'umanità ha impiegato millenni a sviluppare. L'oro no. L'oro si trova puro. Sta nei letti dei fiumi in pagliuzze e pepite già pronte, e chiunque può raccoglierlo chinandosi. È per questo che è tra i primissimi metalli entrati nella vita umana, molto prima del ferro e in parallelo al rame: non richiedeva di essere inventato, bastava trovarlo.
La terza ragione è pratica, ed è la sua incredibile duttilità. L'oro è talmente tenero che si lavora a freddo, a martellate, senza forni e senza saperi metallurgici. Un solo grammo può essere battuto fino a coprire quasi un metro quadrato di superficie. Questo lo rendeva l'unico metallo che perfino una comunità tecnologicamente semplice poteva trasformare in ornamento, in maschera, in lamina da applicare su un volto o su un trono.
E poi c'è la ragione più semplice di tutte: il colore. L'oro è giallo e brilla di luce propria quando lo colpisce il sole. In un mondo dove il sole era la divinità più evidente e più potente, un metallo che sembra un frammento di sole caduto sulla terra non poteva essere una cosa qualunque. Gli Inca, che lo chiamavano il sudore del Sole, dicevano esattamente questo.
C'è infine un argomento che i chimici amano citare, ed è elegante. Scorrete la tavola periodica degli elementi cercandone uno adatto a rappresentare valore. Scartate i gas, che non si possono tenere in mano. Scartate quelli radioattivi, che uccidono. Scartate quelli che reagiscono con l'aria o con l'acqua e si distruggono da soli. Scartate quelli troppo comuni per valere qualcosa e quelli troppo rari per poterne raccogliere abbastanza. Alla fine di questa scrematura, sul tavolo restano pochissimi elementi. E in cima resta l'oro. Sotto questa luce, la nostra scelta non è misteriosa: è quasi l'unica scelta possibile.
Dove le risposte ragionevoli si fermano
Tutto questo è vero e va detto. Ma c'è un punto in cui queste spiegazioni smettono di bastare, ed è bene individuarlo con precisione, perché è lì che comincia il vero problema.
Le spiegazioni razionali dicono perché l'oro fosse un buon candidato al ruolo di materia preziosa. Non dicono perché lo abbia effettivamente ottenuto ovunque, sempre, con la stessa intensità ossessiva. Perché essere un buon candidato non basta. Anche la giada era inalterabile e bellissima, ed è stata sacra in Cina e in Mesoamerica ma quasi irrilevante altrove. Anche l'ambra era rara e affascinante, ma è rimasta un fenomeno regionale. Solo l'oro ha vinto dappertutto. E questo, statisticamente, è strano.
Il caso che più mette in crisi le spiegazioni economiche è quello degli Inca. Nel loro impero l'oro non era denaro. Non esisteva moneta, l'economia funzionava su tributi di lavoro e reciprocità, e nessuno poteva comprare nulla con una pepita. L'oro non serviva a scambiare, non serviva a risparmiare, non serviva a nulla di ciò che noi consideriamo il fondamento del suo valore. Eppure gli Inca ne ricoprivano i templi, ne facevano giardini interi con piante e animali a grandezza naturale, e quando i conquistadores catturarono l'imperatore Atahualpa, il riscatto pagato per lui riempì una stanza. {{nota: quando gli spagnoli arrivarono in messico dagli aztechi non riuscivano a capire come mai questo popolo fosse talmente ricco di oro ma non lo usavano come moneta, per quello usavano la cioccolata o meglio dei semi di cacao, ma solo come ornamenti. Per gli spagnoli sembrava un grande spreco}}
Un intero impero che dedica generazioni di lavoro a un metallo che non usa come ricchezza in nessun senso pratico del termine. La spiegazione economica, qui, non tocca nemmeno il problema. Perché per loro l'oro non era ricchezza. Era sacro.
E questo ci porta al punto vero. In quasi tutte le civiltà antiche l'oro non nasce come denaro e diventa sacro. Nasce sacro. Prima appartiene agli dei, poi ai re in quanto rappresentanti degli dei, e solo molto dopo, come ultimo gradino di una lunga discesa, arriva al mercato e diventa moneta. Il registro originario dell'oro non è economico. È religioso. E quando un fenomeno compare in modo identico in luoghi che non hanno avuto contatti, la spiegazione culturale comincia a scricchiolare.
La carne degli dei
Guardate cosa dicono esattamente i testi antichi, perché la formula che usano è più letterale di quanto ci si aspetti.
Gli egizi non dicevano che l'oro era il metallo sacro agli dei. Dicevano che gli dei erano fatti d'oro. La carne divina era d'oro, le ossa d'argento, i capelli di lapislazzuli. La pelle di Ra splendeva come il metallo giallo, e questa non era poesia decorativa ma descrizione anatomica di un corpo diverso dal nostro. Per questo il faraone morto veniva rivestito d'oro: non per ostentazione, ma perché la maschera trasformava la carne corruttibile del defunto nella carne incorruttibile del dio. La maschera di Tutankhamon non è un gioiello. È un intervento sulla natura del cadavere.
In Mesopotamia l'oro riveste le statue di culto, i templi, gli oggetti che entrano in contatto con la divinità. In Mesoamerica accompagna il sole. In India il metallo giallo è legato ad Agni e alla purezza rituale. In tutti questi luoghi, senza contatti reciproci, l'oro occupa la stessa identica casella concettuale: è la sostanza che appartiene a chi non muore.
La domanda a questo punto si affila. Va bene, l'oro sembra incorruttibile e ricorda il sole, e capiamo perché una mente antica lo abbia associato all'idea di divinità. Ma tutto questo spiega un simbolo, non spiega un'ossessione. Un simbolo lo si onora, gli si dedicano rituali, lo si custodisce. Non si mandano migliaia di uomini a morire nelle gallerie per estrarlo. Non si distruggono civiltà per procurarselo. La sproporzione tra il valore pratico dell'oro e la quantità di sofferenza umana che è costato è, in tutta la storia, senza paragoni. E le sproporzioni, di solito, hanno una causa.
Quello che dicono le tavolette
È qui che entra la lettura alternativa, e qui la domanda dell'oro trova finalmente una risposta che non chiama in causa né la bellezza né il simbolo.
I testi mesopotamici parlano molto di oro. Ne parlano come materia dei templi, come dono, come tributo, come materia degna degli dei. Zecharia Sitchin, nella sua ricostruzione, andò molto oltre e propose una tesi radicale: gli Anunnaki sarebbero venuti sulla Terra proprio per l'oro. Non per collezionarlo, ma per necessità tecnica. Secondo la sua ipotesi, il loro pianeta aveva un'atmosfera in dissoluzione, e servivano particelle d'oro sospese in alta quota per formare uno schermo protettivo. L'oro non sarebbe stato un lusso ma un materiale strategico, e l'intera presenza degli dei sul nostro pianeta sarebbe stata, in sostanza, un'operazione mineraria di lunghissima durata.
In questa ricostruzione, il lavoro pesante nelle miniere sarebbe la vera fatica che schiacciava gli dei minori, gli Igigi, fino alla rivolta che li portò a bruciare gli attrezzi e ad assediare la dimora del comandante. E la soluzione a quella rivolta sarebbe stata la creazione dell'uomo: un lavoratore fabbricato apposta per continuare l'estrazione al posto degli ammutinati. Se questa lettura fosse corretta, la conseguenza sarebbe vertiginosa. Non saremmo stati creati per adorare, né per custodire un giardino. Saremmo stati creati per estrarre oro.
Il punto su cui vale la pena soffermarsi è la coerenza interna di questa lettura. I testi parlano di uno scavo protratto per un tempo lunghissimo, di un carico divenuto insopportabile, di una fatica che spezza chi la subisce fino a spingerlo all'ammutinamento. La lettura tradizionale colloca questo lavoro nel quadro delle grandi opere idrauliche che resero abitabile la Mesopotamia. Sitchin vi riconosce invece un'attività estrattiva, e legge l'intera vicenda come il resoconto di un'impresa mineraria condotta su scala planetaria. La sua ricostruzione ha il pregio di far combaciare pezzi che altrimenti restano sparsi: il movente della venuta, la natura del lavoro, la ragione della rivolta, la funzione assegnata all'uomo appena creato. Tutto converge su un unico oggetto, e quell'oggetto è l'oro.
In questa prospettiva anche il rapporto tra oro e sacro cambia di segno. L'oro non sarebbe divino perché somiglia al sole, ma perché apparteneva letteralmente a chi veniva chiamato dio. Sarebbe il materiale della loro tecnologia, il motivo della loro presenza, la sostanza attorno a cui ruotava tutto il rapporto tra loro e noi. E il fatto che l'umanità lo abbia poi trattato per millenni come materia sacra sarebbe l'eco fedele di quella origine: si continua a considerare intoccabile ciò che un tempo apparteneva a qualcuno di più grande.
Resta poi una tradizione antichissima che lega in modo insistente l'oro alla presenza degli dei sulla Terra, e che colloca l'origine stessa dell'uomo dentro una vicenda di lavoro estrattivo. Comunque la si interpreti, è un accostamento che nessun'altra mitologia propone con altrettanta insistenza.
Il metallo che diventa utile solo adesso
E poi c'è un fatto che nessuna teoria ha bisogno di distorcere, perché è sotto gli occhi di tutti, e secondo noi è il più interessante di tutta questa storia.
L'oro, quel metallo perfettamente inutile per l'uomo antico, è oggi indispensabile. Non decorativo: indispensabile. Ogni telefono, ogni computer, ogni satellite contiene oro nei contatti elettrici, perché è il conduttore che non si ossida e quindi non degrada mai la connessione. L'industria aerospaziale lo usa come schermo termico e contro la radiazione solare: le visiere dei caschi degli astronauti sono coperte da un sottilissimo strato d'oro, le sonde sono avvolte in pellicole dorate, e gli specchi del telescopio spaziale James Webb sono rivestiti d'oro perché riflette l'infrarosso meglio di qualsiasi alternativa. La medicina lo impiega in odontoiatria, in alcune terapie e nella ricerca sulle nanoparticelle per la diagnostica e la cura dei tumori.
E qui la cosa si fa più interessante, perché l'oro non è solo. Pensate al secondo metallo che tutte le civiltà antiche hanno considerato divino: l'argento. Gli egizi dicevano che le ossa degli dei erano d'argento, come la loro carne era d'oro. Gli Inca lo chiamavano le lacrime della Luna, esattamente come chiamavano l'oro il sudore del Sole. In Mesopotamia accompagna l'oro nei templi e nei tributi. Ovunque, sempre, la stessa coppia: due metalli, uno solare e uno lunare, posti al di sopra di tutti gli altri.
Ora guardate cosa dice di questi due metalli la scienza dei materiali. L'argento è il miglior conduttore elettrico esistente: nessun elemento della tavola periodica conduce la corrente meglio di lui. È anche il miglior conduttore di calore tra i metalli, e il miglior riflettore della luce visibile, ragione per cui gli specchi si sono fatti per secoli con l'argento. Oggi lo troviamo nei contatti elettrici, nelle saldature dell'elettronica, nei pannelli fotovoltaici, nei circuiti stampati. L'oro conduce leggermente meno bene, ma ha il vantaggio decisivo di non ossidarsi mai, e per questo domina dove il contatto deve durare per sempre.
Il conto, a questo punto, va fatto ad alta voce. Gli elementi chimici conosciuti sono centodiciotto. Le civiltà antiche, in modo indipendente, su continenti diversi, ne hanno eletti due a materia degli dei. E quei due, migliaia di anni dopo, risultano essere il migliore conduttore elettrico esistente e il migliore conduttore inossidabile esistente. Non il terzo e il ventesimo. I due al vertice. Aggiungete che il platino, terzo metallo prezioso della storia umana e lavorato con tecniche sorprendenti già duemila anni fa nell'attuale Ecuador, è oggi il cuore dei catalizzatori industriali e delle celle a combustibile a idrogeno, e il quadro si completa. La lista dei metalli che gli antichi chiamavano divini e la lista dei metalli su cui poggia l'alta tecnologia contemporanea sono, con impressionante precisione, la stessa lista. {{reperto}}
Fermatevi un momento su questo. Per dodicimila anni l'oro è stato un metallo senza funzione, buono solo a essere guardato. Poi l'umanità raggiunge un certo livello tecnologico, e improvvisamente scopre che quel metallo è quasi insostituibile per schermare radiazioni, condurre segnali, resistere alla corrosione nel vuoto. L'oro non ha cambiato natura. Siamo cambiati noi. Le proprietà che oggi lo rendono prezioso erano già tutte lì, nel sottosuolo, cinquemila anni fa, e nessun sumero aveva modo di sospettarle.
E lo stesso vale per l'argento, per il platino, per l'intera lista. Il che significa che questi metalli sono esattamente il tipo di materiali che una civiltà tecnologicamente avanzata cercherebbe. E che una civiltà primitiva non avrebbe alcun motivo razionale di desiderare.
E se il desiderio non fosse nostro?
Arriviamo al punto che, personalmente, considero il vero cuore della questione. E vi chiedo di seguirmi, perché è un ribaltamento della domanda iniziale.
Finora abbiamo cercato di capire perché l'oro sia prezioso. Abbiamo esaminato le sue proprietà, la sua rarità, la sua bellezza, il suo simbolismo. Abbiamo dato per scontato, cioè, che il valore stesse nell'oggetto, e che l'uomo lo avesse riconosciuto. Ma proviamo a girare la domanda dall'altra parte. E se il valore non fosse mai stato nell'oro? Se fosse stato messo in noi? {{reperto}}
Immaginate di dover organizzare, su scala planetaria e per un tempo lunghissimo, l'estrazione di un materiale specifico. Avete a disposizione una specie appena costituita, numerosa, capace di lavorare e di riprodursi, ma dotata di volontà propria e destinata a sfuggirvi di mano. Come garantite che continui a cercare quel materiale anche quando non la sorvegliate più? Non con la forza: la forza richiede presenza costante, e la presenza costante costa. Non con la spiegazione: se le dite a cosa serve davvero, un giorno capirà di essere usata. Il metodo più efficiente, e infinitamente più elegante, è un altro. Fate in modo che lo desideri da sola. Che lo trovi bello. Che lo consideri sacro. Che lo cerchi anche senza sapere perché, e che lo trasmetta ai figli come un valore ovvio, indiscutibile, che non ha bisogno di essere giustificato.
Se le cose fossero andate così, cosa dovremmo osservare oggi? Dovremmo osservare esattamente ciò che osserviamo. Un'ossessione universale, presente in popoli senza contatti tra loro, quindi non trasmessa culturalmente ma già presente nella specie. Un desiderio che nessuno riesce a giustificare in termini pratici, e che infatti tutti giustificano in termini sacri, cioè con la formula che si usa quando la vera ragione non è disponibile. Una sproporzione mostruosa tra il costo umano dell'estrazione e l'utilità reale del materiale estratto. E un metallo che si rivela, migliaia di anni dopo, tecnologicamente strategico proprio per chi possiede una tecnologia avanzata.
Questa è un'ipotesi, e come tutte le ipotesi di questo tipo non è dimostrabile con i mezzi di cui disponiamo. Non chiediamo a nessuno di crederci. Ma ha un pregio che le spiegazioni ordinarie non hanno: spiega la sproporzione. Le altre risposte ci dicono perché l'oro fosse un buon simbolo del divino. Nessuna ci dice perché per esso siano morti milioni di persone in cinque continenti. Un simbolo non fa questo effetto. Un istinto sì. {{reperto}}
Continuiamo a cercarlo, del resto. Ancora oggi si scavano montagne, si avvelenano fiumi con il mercurio, si muore nelle miniere artigianali dell'Africa e del Sudamerica, e le banche centrali di tutto il mondo conservano lingotti in caveau blindati senza che quasi nessuno sappia spiegare fino in fondo perché proprio quello e non altro. Diciamo che è tradizione. Diciamo che è un bene rifugio. Ma sotto ogni spiegazione economica resta intatto lo stesso vecchio movimento della mano che si china sulla ghiaia del fiume, dodicimila anni fa, e raccoglie una pagliuzza gialla che non serve a nulla.
Forse è solo il nostro cervello che ama le cose lucenti e durevoli. Oppure, in quel gesto, stiamo ancora eseguendo un ordine che nessuno ricorda di aver ricevuto.
Bibliografia e fonti
- Peter L. Bernstein, The Power of Gold: The History of an Obsession (2000), John Wiley & Sons. Storia culturale ed economica dell'ossessione umana per l'oro.
- Necropoli di Varna, Bulgaria, scavi dal 1972, Museo Archeologico di Varna. I più antichi manufatti d'oro lavorato conosciuti, datati intorno al 4500 a.C.
- Justin Rowlatt, "Why do we value gold?", BBC News, 2013.
- Il Libro della Vacca Celeste e i Testi delle Piramidi, testi funerari egizi, per le formule sulla carne d'oro e le ossa d'argento degli dei.
- Pedro Cieza de León, Crónica del Perú (1553), e Garcilaso de la Vega, Comentarios Reales de los Incas (1609). Fonti sull'uso non monetario dell'oro.
- Zecharia Sitchin, Il 12° Pianeta (The 12th Planet, 1976), Harper Collins. L'ipotesi dell'oro come schermo atmosferico e movente della presenza anunnaki sulla Terra.
- Wilfred G. Lambert e Alan R. Millard, Atra-hasis: The Babylonian Story of the Flood (1969), Oxford University Press. Il testo sulla fatica degli dei minori e sulla creazione dell'uomo come lavoratore.