IL LIBRO DEI MORTI EGIZIO E LA GENESI
C'è una domanda che la teologia ufficiale ha sempre evitato di fare ad alta voce.
Il Libro dei Morti egizio precede la Bibbia di millenni. Parla di creazione, di paradiso, di giudizio finale, di resurrezione, di comandamenti morali. Usa le stesse immagini, gli stessi concetti, le stesse strutture narrative che ritroviamo nell'Antico e nel Nuovo Testamento.
Non stiamo parlando di vaghe somiglianze. Stiamo parlando di parallelismi strutturali, documentati, che gli studiosi conoscono da secoli e che raramente vengono spiegati in modo soddisfacente al grande pubblico. {{reperto}}
La domanda è semplice. Chi copiò chi? O forse, e questa è la risposta più interessante, nessuno copiò nessuno, e entrambe le tradizioni attingevano a qualcosa di molto più antico?
Che Cos'è il Libro dei Morti
Prima di procedere è necessario chiarire cosa sia realmente il testo di cui stiamo parlando, perché il nome con cui lo conosciamo è già di per sé fuorviante. Il titolo Libro dei Morti è un'invenzione moderna, coniata dall'egittologo tedesco Karl Richard Lepsius nel diciannovesimo secolo. Il nome originale egizio era ben diverso e assai più rivelatore: i Capitoli dell'Uscita alla Luce del Giorno.
Non era, dunque, un libro sulla morte nel senso lugubre che il titolo moderno suggerisce. Era un manuale operativo, una guida pratica destinata ad accompagnare l'anima del defunto attraverso i pericoli dell'aldilà, fino alla rinascita in una nuova forma di esistenza luminosa. Un insieme di formule, incantesimi, mappe dell'oltretomba e istruzioni precise su come superare le prove che attendevano il defunto dopo la morte.
Il corpus non nacque tutto insieme. Affonda le proprie radici nei Testi delle Piramidi, incisi sulle pareti interne delle piramidi dell'Antico Regno già intorno al 2400 avanti Cristo, tra i testi religiosi più antichi dell'intera umanità. Da questi derivarono i Testi dei Sarcofagi del Medio Regno, e infine il Libro dei Morti vero e proprio, che si diffuse a partire dal Nuovo Regno, intorno al 1550 avanti Cristo. Parliamo dunque di una tradizione religiosa già pienamente formata e codificata secoli prima che la Genesi, nella forma in cui la conosciamo, venisse messa per iscritto.
La Creazione dal Caos
Apriamo il confronto dal principio, nel senso letterale del termine.
Nel Libro dei Morti, il dio Atum emerge dal Nun, le acque primordiali del caos. Separa la luce dal buio. Distingue il cielo dalla terra. Organizza il cosmo a partire da una materia informe e senza struttura.
Genesi 1, parola per parola: in principio la terra era informe e deserta, le tenebre coprivano l'abisso, e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque. Poi Dio separò la luce dal buio. Separò le acque sopra dal firmamento da quelle sotto. E la terra e il cielo presero forma.
La sequenza è identica. Le acque primordiali come stato iniziale. La separazione come atto creativo fondamentale. La luce come primo elemento ordinato. Non è una coincidenza letteraria. È la stessa cosmologia, espressa con nomi diversi.
I testi egizi che descrivono questa creazione risalgono al Medio Regno, intorno al 2000 a.C., e in alcune versioni anche prima. La Genesi nella sua forma attuale fu redatta tra il X e il VI secolo a.C. Il testo egizio è più antico. Non di poco. Di secoli.
Il Giardino e il Campo dei Giunchi
La tradizione ebraica descrive l'Eden come un giardino perfetto. Alberi, fiumi, abbondanza. Un luogo dove l'uomo viveva in armonia con il creato prima della caduta.
La tradizione egizia descrive l'Aaru, il Campo dei Giunchi, come il paradiso dei giusti. Un luogo di vegetazione rigogliosa, acque abbondanti, vita eterna. I defunti che superavano il giudizio venivano accolti nell'Aaru per trascorrervi l'eternità in pace e abbondanza.
Le strutture narrative sono speculari. Un giardino perfetto come stato originale o come destinazione finale. L'accesso condizionato al comportamento dell'individuo. La presenza di elementi naturali, acqua, alberi, terra fertile, come simboli della vita eterna.
L'Eden e l'Aaru non sono la stessa cosa. Ma derivano evidentemente dalla stessa intuizione primordiale di cosa significhi il paradiso.
Il Giudizio dell'Anima
Questo è il parallelo più documentato e più difficile da ignorare.
Nel Libro dei Morti, il capitolo 125 descrive la Psicostasia, la pesatura del cuore.
Il defunto viene condotto nella Sala delle Due Verità. Il suo cuore viene posto su una bilancia. Sul piatto opposto c'è la piuma di Maat, la dea della giustizia cosmica. Se il cuore è puro, pesa quanto la piuma. Il defunto accede alla vita eterna. Se è appesantito dai peccati, viene divorato da Ammit, la belva che divora le anime impure.
Il defunto pronuncia la Confessione Negativa, un elenco di peccati che dichiara di non aver commesso. Non ho ucciso. Non ho rubato. Non ho mentito. Non ho commesso adulterio. Non ho disonorato mio padre e mia madre. Non ho oppresso il povero.
Chiunque abbia familiarità con i Dieci Comandamenti riconosce immediatamente questa lista. Non è una somiglianza superficiale. È la stessa struttura morale, gli stessi precetti, la stessa logica del giudizio divino basato sul comportamento individuale.
I testi egizi che contengono la Confessione Negativa risalgono almeno al 1550 a.C. Mosè, secondo la cronologia biblica tradizionale, visse intorno al 1300 a.C.
Osiride e la Resurrezione
Il parallelismo più scomodo riguarda il cuore della teologia cristiana: la morte e la resurrezione del salvatore.
Osiride è il dio egizio per eccellenza della resurrezione. Viene ucciso da suo fratello Set, smembrato e disperso. Sua moglie Iside raccoglie i pezzi del suo corpo. Osiride risorge. Discende negli inferi. Diventa il signore del regno dei morti e il giudice delle anime.
La struttura narrativa, morte violenta, discesa agli inferi, resurrezione, giudizio delle anime, offerta di vita eterna ai fedeli, è la stessa che ritroviamo nel ciclo di Cristo nel Nuovo Testamento.
La teologia cristiana ha sempre respinto questo parallelismo definendolo superficiale o coincidente. Ma gli studiosi di storia delle religioni come James Frazer, che nel suo studio "Il Ramo d'Oro" documentò questi parallelismi in modo sistematico, hanno mostrato che il motivo del dio che muore e risorge è uno dei più antichi e diffusi dell'intera storia religiosa dell'umanità. E la versione egizia precede quella cristiana di millenni.
Mosè alla Corte del Faraone
C'è un elemento biografico che rende tutto questo ancora più significativo.
Esodo 2:10 dice che Mosè fu adottato dalla figlia del Faraone e crebbe alla corte egiziana. Secondo gli Atti degli Apostoli nel Nuovo Testamento, Mosè fu istruito in tutta la sapienza degli Egizi.
Mosè conosceva i testi sacri egizi. Conosceva la cosmologia, i rituali, la teologia. Conosceva la Confessione Negativa, il giudizio dell'anima, la creazione dal caos primordiale, il paradiso dei giusti.
Questo non è un'accusa di plagio. È storia documentata. Ma pone una domanda legittima: quanto di ciò che Mosè trasmise al popolo di Israele proveniva dalla rivelazione divina sul Sinai e quanto dalla sua formazione alla corte del Faraone?
Forse, però, la spiegazione più coerente non è né che gli ebrei copiarono gli egizi, né tantomeno che gli egizi anticiparono per caso ciò che sarebbe venuto dopo. Forse entrambe le tradizioni, quella egizia e quella ebraica, attingevano a una fonte comune ancora più antica, di cui nessuna delle due conservava più la piena memoria dell'origine.
I Sumeri, la più antica civiltà letterata conosciuta, chiamavano questa fonte le me, le tavole della conoscenza, l'insieme delle leggi, delle arti e dei saperi che secondo la loro tradizione erano stati trasmessi all'umanità dagli dèi, gli Anunnaki, all'alba della civiltà. Gli egizi la chiamavano Maat, l'ordine cosmico primordiale, il principio di verità e giustizia che precedeva gli stessi dèi e su cui l'intero universo era fondato.
Entrambe le culture, in altre parole, descrivevano una conoscenza originaria, non elaborata gradualmente dagli uomini attraverso l'esperienza, ma ricevuta dall'alto, da esseri superiori, in un momento fondativo della storia umana. Una conoscenza che conteneva le leggi del cosmo, le regole della condotta morale, i segreti della vita e della morte, e le formule per superare la soglia tra i mondi.
Se questa fonte comune esisteva davvero, allora la Genesi e il Libro dei Morti cessano di essere due testi rivali, o l'uno la copia dell'altro.
Diventano due traduzioni culturali diverse, due riletture locali, di un originale più antico che nessuna delle due tradizioni conservava per intero, ma di cui entrambe custodivano frammenti riconoscibili.
Conclusione
Il Libro dei Morti non è un testo pagano da relegare ai margini polverosi della storia delle religioni. È uno dei documenti spirituali più antichi, più profondi e più influenti che l'umanità abbia mai prodotto. E i suoi parallelismi con la Bibbia non sono né casuali, né superficiali, né sono mai stati spiegati in modo davvero soddisfacente dalla teologia ufficiale, che ha preferito ignorarli piuttosto che affrontarne le implicazioni.
Creazione dal caos primordiale. Un giardino paradisiaco per i giusti. Il giudizio dell'anima davanti a una bilancia divina. Una lista di comandamenti morali. La resurrezione di un salvatore che diventa giudice dei morti.
Tutto questo era già scritto, inciso sulle pareti delle tombe e vergato sui papiri funerari dell'antico Egitto, secoli o millenni prima che la Bibbia esistesse nella forma che conosciamo.
La domanda, a questo punto, non è più se i parallelismi esistano, perché esistono, e sono documentati e verificabili da chiunque voglia prendersi la briga di confrontare i testi. La vera domanda è cosa questi parallelismi ci rivelino sull'origine di quella conoscenza, su chi la trasmise per primo all'umanità, e in tempi che la storia ufficiale, con i suoi strumenti attuali, non riesce ancora del tutto a raggiungere.
Fonti principali
Il Libro dei Morti degli Antichi Egizi, edizione a cura di E.A. Wallis Budge
Testi delle Piramidi, traduzione di R.O. Faulkner
Jan Assmann, Maat. L'Egitto faraonico e l'idea di giustizia sociale (1990)
James George Frazer, Il Ramo d'Oro (1890)
Esodo 2, 1-10 e Atti degli Apostoli 7, 22, per la formazione egizia di Mosè
Genesi 1, per il racconto della creazione