Il mischiato: come nacque il primo uomo lavoratore
La creatura fatta per servire
Nel principio non ci fu una parola, e non ci fu nemmeno un soffio. Ci fu una decisione presa in una sala del consiglio, da un gruppo di esseri stanchi di una crisi che minacciava di travolgerli. Il primo uomo, secondo i testi più antichi che l'umanità abbia mai inciso, non nacque per amore né per gioco né per il desiderio di un creatore di avere qualcuno con cui condividere il mondo. Nacque perché serviva un lavoratore. Un essere che portasse il carico che gli dei non volevano più portare. E per farlo, quegli esseri fecero qualcosa che ancora oggi, a quasi quattromila anni dal giorno in cui questa storia fu incisa nell'argilla, ci lascia senza fiato per la sua audacia: mescolarono la loro stessa sostanza con la materia della Terra, e ne ricavarono una creatura nuova.
I sumeri la chiamarono lullu. Il termine si può tradurre come "uomo primitivo", ma la sua radice porta anche un altro significato, più rivelatore: il mischiato, il mescolato. Perché è esattamente questo che il primo uomo era, secondo il racconto: un impasto, una combinazione, un ibrido deliberato tra due nature che prima di quel momento non si erano mai incontrate. Non un discendente. Non un figlio nel senso naturale del termine. Un prodotto. E come ogni prodotto, fu progettato con uno scopo, testato, corretto, e infine messo in produzione di serie.
Questo articolo racconta come, secondo le tavolette sumere e babilonesi, nacque il primo Homo sapiens. È una storia che i libri di scuola non raccontano, e che la teologia successiva ha coperto sotto strati di significati più consolanti. Ma sotto quegli strati, il nucleo originario è rimasto intatto, inciso nell'argilla quando la scrittura era ancora giovane. E quel nucleo dice una cosa precisa e vertiginosa: che l'uomo fu fabbricato.
Il problema che precede l'uomo
Per capire la creazione del lullu bisogna partire dal problema che rese quella creazione necessaria. E il problema, come abbiamo visto altrove, era una crisi del lavoro.
I testi mesopotamici, in particolare il poema di Atrahasis, descrivono un tempo in cui erano gli dei stessi a faticare. Non tutti: gli dei minori, gli Igigi, portavano il carico per conto dei grandi Anunnaki. Scavavano, trasportavano, si spezzavano la schiena in un lavoro senza fine. Finché non si ribellarono, bruciarono i loro attrezzi e assediarono la dimora di Enlil, rifiutando di continuare. La rivolta mise gli dei di fronte a un dilemma insolubile: il lavoro non poteva fermarsi, ma chi lo svolgeva si era rifiutato di proseguire, e reprimerlo con la forza avrebbe significato una guerra civile nel pantheon.
Fu allora che Enki, il dio della sapienza e delle acque profonde, propose la soluzione destinata a cambiare la storia del pianeta. Esiste già, disse in sostanza al consiglio, colei che sa generare: la dea madre, Mami, chiamata anche Nintu o Ninhursag. Che crei lei un essere nuovo, un lullu, un lavoratore primitivo. Sarà lui a portare il giogo degli dei. Sarà lui a scavare al posto degli Igigi. E gli dei conosceranno finalmente il riposo.
La proposta ha una freddezza amministrativa che vale la pena non addolcire. L'uomo non entra in scena come culmine della creazione, ma come soluzione tecnica a un problema di manodopera. È l'ultimo anello di una catena logica che parte dalla fatica, passa per lo sciopero, e sfocia nella decisione di fabbricare un sostituto. Tutto ciò che l'uomo sarà, tutto ciò che diventerà, poggia su questa origine dichiaratamente utilitaristica. E i testi non se ne vergognano affatto: la ripetono, la sottolineano, la incidono con cura in più versioni e più lingue nell'arco di secoli.
La ricetta dell'uomo
Ma è nel come che il racconto diventa davvero sconvolgente. Perché i testi non si limitano a dire che l'uomo fu creato. Descrivono la procedura. E la procedura è tecnica, specifica, quasi da laboratorio.
Il poema di Atrahasis è esplicito su un punto fondamentale: per creare il lullu servono due ingredienti, e devono essere mescolati. Il primo è l'argilla, la materia della Terra, il fango del suolo. Il secondo è qualcosa di molto più prezioso e inquietante: la carne e il sangue di un dio. Non un dio qualsiasi, e non un dio vivo. Il consiglio decide di sacrificare uno di loro appositamente per questo scopo. Il testo lo chiama We-ila, o in altre versioni Geshtu-e, e non è un dettaglio casuale che il suo nome contenga la parola che indica l'intelligenza, il "senno", l'orecchio che ascolta e comprende. Questo dio viene ucciso. La sua carne e il suo sangue vengono impastati con l'argilla. E da quell'impasto, la dea madre plasma l'uomo.
Fermiamoci su ogni elemento, perché ognuno porta un peso. L'argilla è la componente terrestre: ciò che già esiste sul pianeta, la materia grezza, il substrato. Il sangue del dio è la componente divina: ciò che viene dall'alto, dagli Anunnaki, la scintilla che l'argilla da sola non possiede. E la mescolanza dei due produce qualcosa che non è né l'uno né l'altro, ma una terza cosa nuova: il mischiato, appunto. Il lullu porta in sé entrambe le nature. È fatto di Terra e di dio insieme.
C'è poi un dettaglio che i traduttori accademici hanno discusso a lungo, perché è tanto oscuro quanto potente. Il testo dice che, dopo l'uccisione del dio, nella carne dell'uomo rimane il suo etemmu. La parola indica lo spirito, il fantasma, ciò che sopravvive alla morte. Ma in questo contesto assume una sfumatura precisa: nella creatura resta qualcosa del dio ucciso, un battito, una traccia, un segno che il vivente porterà per sempre. Il poema aggiunge che questo serve affinché l'uomo "non dimentichi". Non dimentichi cosa? La propria origine. Il fatto di portare, dentro la propria carne mortale, un frammento di ciò che è divino. È una delle intuizioni più profonde di tutta la letteratura antica, e la ritroveremo, trasfigurata, in mille tradizioni successive: l'idea che nell'uomo abiti una scintilla che viene da altrove.
Vale la pena soffermarsi su quanto sia radicale questa idea per l'epoca in cui fu incisa. In un mondo che spiegava ogni cosa attraverso la volontà arbitraria degli dei, il racconto dell'etemmu introduce un principio diverso: che l'uomo non sia semplicemente soggetto agli dei dall'esterno, come un servo lo è al padrone, ma che porti gli dei dentro di sé, nella propria carne, come componente costitutiva. Il rapporto non è solo di sottomissione, ma di parentela materiale. C'è del divino nell'impasto, e quel divino non se ne va: resta, pulsa, ricorda. Le tradizioni gnostiche dei primi secoli dopo Cristo avrebbero costruito interi sistemi teologici attorno a questa medesima intuizione, parlando di una scintilla di luce imprigionata nella materia, di un frammento del pleroma divino caduto nel mondo e desideroso di tornare alla propria origine. Che questo motivo affondi le sue radici, forse inconsapevolmente, in un poema babilonese sulla creazione di un lavoratore, dice qualcosa sulla straordinaria persistenza di certe immagini nella mente umana. Il battito del dio ucciso, sepolto nell'argilla dell'Atrahasis, non ha mai davvero smesso di risuonare.
La lettura sitchiniana: ingegneria genetica
Chi segue questo blog sa che a questo punto la strada si biforca, e che una delle due direzioni porta lontano.
Per l'assiriologia accademica, il racconto della creazione dell'uomo dall'argilla impastata con il sangue divino è un mito eziologico: una storia che spiega, in linguaggio simbolico, perché l'uomo è quello che è. Mortale come l'argilla, ma dotato di qualcosa che lo eleva sopra gli animali grazie alla componente divina. Il motivo dell'uomo plasmato dall'argilla è diffuso in tutto il Vicino Oriente antico e oltre, e lo ritroveremo nella Genesi ebraica, dove Dio plasma Adamo dalla polvere del suolo. Per gli studiosi, si tratta di teologia narrativa, non di cronaca.
Zecharia Sitchin propose una lettura radicalmente diversa, e la costruì proprio sulla specificità della procedura descritta. Se l'uomo è fatto di argilla mescolata a carne e sangue di un dio, sostenne, allora il racconto sta descrivendo, con il linguaggio disponibile a scribi di quattromila anni fa, un intervento di manipolazione biologica. La "carne e il sangue" del dio sarebbero il materiale genetico anunnaki.
L'"argilla" non sarebbe fango letterale, ma un ominide terrestre già esistente, un Homo erectus o una specie affine, che gli Anunnaki avrebbero trovato sul pianeta e usato come base biologica. E il lullu, il mischiato, sarebbe il risultato dell'incrocio: il primo Homo sapiens, un ibrido tra la specie donatrice venuta dall'alto e la specie ricevente nata sulla Terra.
Sitchin trovava conferma di questa lettura in vari dettagli. Il ruolo di Ninhursag, la dea madre, come specialista della generazione, quasi una biologa del pantheon. La presenza, nel processo, di "dee della nascita" che assistono e fanno da portatrici. Il fatto che i primi tentativi, secondo alcune versioni del mito, non riuscissero perfettamente, come se si trattasse di un processo sperimentale soggetto a errori e correzioni. E soprattutto il termine stesso lullu, il mescolato, che nella sua lettura descrive letteralmente la natura ibrida della creatura.
È doveroso, come sempre su queste pagine, distinguere ciò che il testo dice da ciò che l'interpretazione aggiunge. Il testo dice: argilla più carne e sangue di dio, mescolati, danno l'uomo. Questo è nell'Atrahasis, verificabile, tradotto da studiosi che non hanno alcun interesse per gli antichi astronauti. Che questa procedura descriva un incrocio genetico tra specie diverse è l'interpretazione di Sitchin, e va presa per quello che è: un'ipotesi affascinante, coerente con i dettagli del racconto, ma non dimostrata e non condivisa dall'accademia. Il lettore ha davanti entrambe le letture, e sceglie. Quello che nessuno può negare è che il testo antico insista, con una precisione quasi ostinata, su un punto solo: l'uomo è una mescolanza. Non una creazione dal nulla, non un discendente, ma una combinazione voluta di due componenti distinte.
I tentativi imperfetti
C'è un aspetto del racconto della creazione che la tradizione popolare tende a dimenticare, ma che è tra i più interessanti per chi cerca in questi testi la traccia di un processo reale: la creazione dell'uomo non riuscì al primo colpo. {{reperto}}
Un altro testo sumero, noto come "Enki e Ninmah", racconta una scena straordinaria. Dopo aver creato l'uomo destinato al lavoro, Enki e la dea madre Ninmah, durante quello che il testo descrive quasi come un banchetto con abbondanza di birra, si sfidano a vicenda. Ninmah scommette di poter plasmare esseri che Enki non saprà come inserire nella società, ed Enki accetta la sfida. La dea allora crea una serie di creature difettose: un uomo che non può piegare le mani, uno cieco, uno con i piedi paralizzati, una donna incapace di partorire, un essere dal corpo malato. Per ciascuno, Enki trova comunque un destino, un posto nel mondo, una funzione. Poi i ruoli si invertono ed è Enki a plasmare una creatura tanto malformata da non poter fare nulla, incapace persino di reggersi o di nutrirsi.
Letto con la lente del mito puro, è un racconto sull'origine delle imperfezioni umane, sul perché esistano la malattia e la disabilità, e sul potere di Enki di dare un senso anche a ciò che sembra inutile. Ma letto con la lente della lettura alternativa, diventa qualcosa di più: la memoria di una fase sperimentale, di tentativi che non riuscirono, di prototipi scartati prima che si arrivasse al modello funzionante. Come se la creazione dell'uomo non fosse stata un atto istantaneo e perfetto, ma un processo per prove ed errori, con versioni fallite lungo la strada. Chi ha dimestichezza con qualsiasi procedura di laboratorio riconosce lo schema: raramente il risultato voluto si ottiene al primo tentativo. E il fatto che i sumeri abbiano conservato, accanto al racconto del successo, anche quello dei fallimenti, è un dettaglio che dà da pensare. Perché un mito che volesse solo celebrare la potenza creatrice degli dei non avrebbe alcun bisogno di ricordare che, prima di riuscire, avevano sbagliato.
C'è anche un contrasto istruttivo con il racconto che l'Occidente conosce meglio. Nella Genesi, la creazione dell'uomo è un atto sovrano e perfetto: Dio plasma l'uomo dalla polvere, gli soffia nelle narici l'alito della vita, e la creatura è compiuta, buona, senza sbavature. Non ci sono prototipi falliti, non ci sono tentativi scartati, non c'è nessun laboratorio. La versione mesopotamica, più antica di secoli, è invece piena di attrito, di fatica, di errori e correzioni. Gli dei di Sumer non creano l'uomo con una parola: lo impastano, lo provano, lo sbagliano, lo rifanno. Questa differenza di tono non è un dettaglio secondario. Racconta due modi opposti di immaginare la propria origine: da un lato l'uomo come capolavoro voluto e riuscito, dall'altro l'uomo come prodotto di un processo laborioso, imperfetto, quasi industriale. E per chi cerca in questi testi la traccia di eventi reali dietro il velo del mito, è proprio la versione più antica e meno lineare a suonare, paradossalmente, più credibile. Le leggende addolciscono con il tempo. Raramente si complicano.
Nato per servire, capace di ribellarsi
Una volta creato il modello funzionante, il lullu entrò in produzione. I testi descrivono come la creatura originaria venisse moltiplicata: nella versione dell'Atrahasis, la dea madre impasta quattordici pezzi di argilla, sette a destra e sette a sinistra, e ne nascono sette coppie, i primi esseri umani destinati a riprodursi da soli e a popolare la Terra. Da quel momento l'uomo assume il compito per cui era stato progettato: prende in mano gli attrezzi degli Igigi, scava i canali, porta il carico, solleva gli dei dalla fatica. La crisi che aveva minacciato il pantheon è risolta. Il lavoro continua, ma a svolgerlo è ora una specie nuova, creata apposta, che non ha mai conosciuto altra condizione se non quella del servizio.
Ed è qui che la storia rivela la sua ironia più profonda, e il suo lascito più inquietante per gli dei che l'avevano concepita. Perché l'uomo, fatto per servire, si dimostrò tutt'altro che un docile strumento. I testi mesopotamici raccontano che l'umanità si moltiplicò rapidamente, e che il suo numero e il suo "clamore" divennero insopportabili per Enlil, lo stesso dio che dalla creazione dell'uomo aveva tratto giovamento. Fu lui a decidere, più volte, di ridurre l'umanità con pestilenze, carestie e infine con il Diluvio. La creatura fatta per risolvere un problema era diventata, agli occhi del suo committente, un problema nuovo. Troppo numerosa, troppo vitale, troppo difficile da controllare. Il lullu, il mischiato, aveva ereditato dalla sua componente divina qualcosa che i suoi creatori non avevano previsto, o avevano sottovalutato: non solo la forza per lavorare, ma la scintilla per volere, per moltiplicarsi, per esistere oltre la funzione assegnata. {{reperto}}
Forse è questa la vera eredità che i testi antichi ci consegnano. L'uomo nasce come strumento, sì. La sua origine è utilitaristica, la sua composizione è tecnica, il suo scopo iniziale è la fatica altrui. Ma dentro quell'argilla impastata con il sangue di un dio c'era qualcosa che eccedeva il progetto. Una traccia, un battito, un etemmu che spingeva verso qualcosa di più della semplice obbedienza. I creatori volevano un lavoratore. Ottennero un essere che avrebbe imparato a scrivere, a costruire città, a interrogare le stelle e, un giorno, a leggere le tavolette in cui la propria origine era stata incisa, e a chiedersi se fosse davvero andata così. Nessun altro strumento, in tutta la storia, ha mai fatto una cosa simile.
Il mischiato si è messo a fare domande. E forse è proprio in quelle domande, più che nella forza delle sue braccia, che si misura quanto della componente divina sia sopravvissuto nell'impasto.
Questo articolo è la naturale prosecuzione del precedente "La rivolta degli Igigi e il primo sciopero della storia"
Bibliografia e fonti
- Wilfred G. Lambert e Alan R. Millard Atra-hasis: The Babylonian Story of the Flood (1969), Oxford University Press. Edizione critica del poema, con la descrizione della creazione dell'uomo dall'argilla e dal sangue del dio We-ila.
- Stephanie Dalley (a cura di), Myths from Mesopotamia: Creation, the Flood, Gilgamesh, and Others (1989), Oxford University Press. Traduzione accademica dell'Atrahasis e dei passi sulla creazione del lullu.
- "Enki e Ninmah", testo sumero, Racconto della creazione dell'uomo e delle creature imperfette.
- Samuel Noah Kramer, I Sumeri (The Sumerians, 1963), University of Chicago Press. Contesto sulla mitologia della creazione e sul rapporto tra dei e umanità nella cultura sumera.
- Thorkild Jacobsen, The Treasures of Darkness: A History of Mesopotamian Religion (1976), Yale University Press. Analisi accademica dei miti della creazione mesopotamici.
- Zecharia Sitchin, Il 12° Pianeta (The 12th Planet, 1976), Harper Collins. L'interpretazione della creazione del lullu come intervento di ingegneria genetica e incrocio tra Anunnaki e ominidi terrestri.
- Genesi 1-2, testo masoretico ebraico. Per il confronto con la creazione di Adamo dalla polvere del suolo e il motivo dell'uomo plasmato dalla terra.