IL PAPIRO DI TULLI DESCRIVEVA FENOMENI STRANI NEL CIELO DELL'ANTICHITÀ
Esiste una categoria speciale di reperti storici...quelli che spariscono nel momento esatto in cui diventano scomodi.
Non vengono distrutti, non vengono negati apertamente. Semplicemente cessano di essere reperibili. Nessun archivio li rivendica. Nessuna istituzione ne ammette la custodia. E quando qualcuno si fa avanti per studiarli dal vivo, la risposta è sempre la stessa: non è più rintracciabile.
Il Papiro Tulli appartiene a questa categoria.
È un documento che descrive, con la precisione burocratica tipica degli scribi egizi, oggetti luminosi nei cieli sopra l'Egitto durante il regno di Thutmosi III, uno dei faraoni più potenti della XVIII dinastia, quello che gli storici chiamano affettuosamente il "Napoleone dell'antico Egitto".
Il testo, datato all'anno 22 di un faraone identificato con Thutmosis III, raccontava di cerchi di fuoco apparsi in cielo ed altri fenomeni inspiegabili. Molte parti del testo, spesso in concomitanza con i punti cruciali della narrazione, erano danneggiate o mancanti in modo talmente sistematico da far sorgere il sospetto che si trattasse di omissioni intenzionali.
Sistematicamente lacunoso proprio nei passaggi chiave. L'originale introvabile. Le istituzioni in silenzio.
Benvenuti nel caso più discusso della storia dell'egittologia moderna.
La storia inizia nel 1933. Alberto Tulli, direttore del Pontificio Museo Egizio Vaticano, scoprì su una bancarella del Cairo un papiro scritto in ieratico che lo colpì immediatamente. L'uomo sapeva quello che stava guardando: era uno scritto antico, databile all'epoca del Nuovo Regno, con tutta la struttura formale dei documenti ufficiali della corte faraonica.
Il prezzo era troppo alto. Tulli non poté acquistare il papiro. Si limitò quindi a copiarlo, e la copia fu poi riscritta sostituendo la scrittura ieratica originale con geroglifici. Nella trascrizione in geroglifico fu coinvolto anche un nome di tutto rispetto: l'abate Étienne Drioton, direttore del Museo egizio del Cairo, uno dei massimi egittologi della sua epoca. Non un dilettante. Non un ufologo. Il direttore del Museo Egizio del Cairo.
Il documento rimase negli archivi privati di Tulli fino alla sua morte, quando venne reso pubblico dal fratello, monsignor Augusto Tulli. Il documento probabilmente entrò in possesso del Vaticano, anche se non risulta ufficialmente donato.
Un documento consegnato da un monsignore degli Archivi Vaticani alla Santa Sede, e nessuno sa con certezza se ci sia arrivato. In un'istituzione che cataloga ogni pergamena dal Medioevo in poi.
Il testo che terrorizzò gli scribi
La prima testimonianza pubblica sull'esistenza del papiro è un articolo pubblicato dalla rivista britannica Doubt nel 1953, ad opera del principe Boris de Rachewiltz, egittologo e appassionato di esoterismo, che dichiarò di aver trovato il documento originale tra le carte dello scomparso professor Tulli.
Quello che de Rachewiltz tradusse e rese pubblico è un testo che, se fosse scritto su qualsiasi altro argomento, sarebbe considerato una fonte storica di primo piano.
La narrazione si apre con una datazione precisa: "Nel 22° anno, nel terzo mese dell'inverno, alla sesta ora del giorno." Gli scribi della Casa della Vita, il centro intellettuale dell'Egitto, custode degli archivi reali, notano qualcosa di insolito nel cielo. Un oggetto circolare, luminoso, senza testa, che emette dalla bocca un soffio dal cattivo odore. Il suo corpo misurava una canna per una canna di lunghezza.
I cuori degli scribi e degli archivisti furono atterriti e confusi ed essi si gettarono nella polvere con la pancia a terra. Essi andarono dal Faraone per riferire ciò. Sua Maestà ordinò che i rotoli della Casa della Vita fossero consultati e meditò a lungo su ciò che era accaduto.
Poi, dopo qualche giorno, il fenomeno si ripete e si amplifica.
Misteriosi dischi di fuoco fluttuavano sopra i cieli, emettendo una luce talmente intensa da oscurare il sole. Alta e sovrastante nel cielo era la stazione da cui andavano e venivano questi cerchi di fuoco. L'esercito del Faraone li osservò a lungo insieme allo stesso Re. Ciò accadde dopo cena... poi questi cerchi di fuoco salirono più che mai alti nel cielo e si diressero verso Sud.
Infine, il faraone ordinò che l'evento venisse registrato negli Annali della Casa della Vita e che venisse ricordato per sempre.
Fermiamoci un momento qui.
Stiamo parlando di un documento che descrive non un sogno profetico, non un testo religioso simbolico, non una metafora cosmologica, ma un avvistamento multiplo, verificatosi in due occasioni distinte nel giro di pochi giorni, testimoniato dall'intero esercito egizio e dal faraone in persona. Un evento di tale portata da indurre Thutmosi III a ordinarne la trascrizione ufficiale negli Annali di Stato, con tanto di data, ora del giorno e testimoni.
Thutmosi III non era un uomo impressionabile. Era il condottiero che aveva combattuto diciassette campagne militari, che aveva spinto i confini dell'Egitto dall'Etiopia alla Mesopotamia. Non era il tipo che annotava negli archivi di Stato le sue impressioni sul tramonto.
Quando il documento scomodo sparisce
Negli anni Sessanta, il ricercatore americano Samuel Rosenberg, che stava lavorando per il celebre Rapporto Condon, la commissione universitaria che per conto dell'USAF studiava i casi UFO, scrisse ai Musei Vaticani per richiedere accesso al papiro originale.
La risposta fu lapidaria: "Il Papiro Tulli non è di proprietà dei Musei Vaticani. Ora è disperso e non più rintracciabile."
Non è di nostra proprietà. Non sappiamo dove sia. Caso chiuso.
Un documento consegnato da un funzionario degli Archivi Vaticani, probabilmente entrato nella collezione della Santa Sede, improvvisamente svanito nel nulla. Senza inventari che lo registrino, senza numero di catalogo, senza nessuno che ne rivendichi la responsabilità.
La mancanza dell'originale rende impossibile verificare con certezza la sua autenticità. Questo è tecnicamente vero. Ma è anche esattamente il tipo di conclusione che serve a chiudere il dibattito senza affrontarlo. Se il documento fosse un falso grossolano del XX secolo, sarebbe abbastanza semplice dimostrarlo linguisticamente: gli egittologi moderni hanno strumenti raffinatissimi per datare e attribuire testi in ieratico. Se invece fosse autentico e il contenuto fosse quello che sembra, la sua sparizione avrebbe una logica molto precisa.
Un'altra strada è più comoda: dichiararlo irrintracciabile, e smettere di cercarlo.
L'alibi di Ezechiele
I ricercatori che si sono occupati del caso hanno trovato una via d'uscita in un'osservazione dello stesso Rosenberg, che notò qualcosa di interessante. Il papiro Tulli e il Libro del profeta Ezechiele mostravano somiglianze marcate di stile, linguaggio e dettagli in sequenza, al punto da chiedersi se il papiro potesse essere stato derivato dal Libro di Ezechiele.
Argomento suggestivo. Ma a doppio taglio.
Ezechiele descrive la sua famosa visione della "ruota di fuoco" nel VI secolo a.C. Il Papiro Tulli descrive i cerchi di fuoco attorno al 1480 a.C., quasi mille anni prima. Se le due descrizioni sono simili, la domanda logica non è: il papiro ha copiato Ezechiele? La domanda è: Ezechiele e lo scriba egizio di Thutmosi III stavano descrivendo la stessa categoria di fenomeni, vissuta in epoche diverse?
Due osservatori indipendenti, separati da quasi un millennio, che usano un lessico simile per descrivere oggetti circolari luminosi nel cielo non è un indizio contro l'autenticità del papiro. È un indizio che quella categoria di fenomeni fosse ricorrente, e abbastanza sconvolgente da imporsi nel linguaggio con le stesse modalità descrittive.
Ma la lettura scettica preferisce l'altra strada: la coincidenza è prova di falso, non di fenomeno condiviso. Più comodo, certamente. Meno interessante.
Il problema del testimone di eccellenza
C'è un elemento del Papiro Tulli che non viene quasi mai sottolineato abbastanza, e che merita attenzione.
Il documento non è la testimonianza di un contadino sul Nilo, di un sacerdote in preda a visioni religiose, o di un cronista da mercato. È la registrazione ufficiale degli scribi della Casa della Vita, i funzionari statali incaricati di tenere gli Annali del regno, verificata dal faraone in persona e archiviata negli archivi di Stato con una datazione precisa.
Nella gerarchia dell'Egitto antico, la Casa della Vita era l'istituzione più seria e meno incline alle esagerazioni che esistesse. Era l'equivalente di un moderno archivio nazionale. I suoi scribi erano selezionati, formati, responsabili della memoria ufficiale del regno. Quando uno scriba della Casa della Vita metteva qualcosa per iscritto, lo faceva perché era ritenuto accaduto davvero, e perché il faraone aveva ordinato che fosse ricordato per sempre.
Gli antichi egizi erano estremamente avanzati in astronomia. La loro esperienza nelle scienze fa pensare che fossero in grado di distinguere un fenomeno astronomico ordinario da un evento bizzarro e inspiegabile come quello descritto nel testo.
Non stavano descrivendo una cometa. Non stavano registrando un'eclisse. Stavano annotando qualcosa di talmente anomalo da far cadere gli scribi in reverenza con la pancia a terra, talmente significativo da spingere il faraone più potente del suo tempo a consultare personalmente gli archivi reali e a ordinarne la registrazione permanente.
Questo è il profilo di un evento che aveva dell'eccezionale anche per chi lo viveva, non di una metafora cosmologica né di una formula rituale.
Il destino selettivo dei documenti scomodi
C'è un modello ricorrente nella gestione accademica e istituzionale dei documenti anomali, e il Papiro Tulli lo segue con una coerenza quasi didattica.
Primo stadio: il documento viene scoperto e copiato, ma l'originale rimane fuori dalla disponibilità pubblica.
Secondo stadio: la prima pubblicazione avviene in ambienti non accademici o semi-accademici, il che permette all'accademia ufficiale di derubricarlo come "folklore ufologico" senza doversi confrontare con il contenuto.
Terzo stadio: quando qualcuno con credenziali serie chiede di vedere l'originale, l'originale è sparito.
Quarto stadio: in assenza dell'originale, la discussione verte non sul contenuto ma sull'autenticità, che non può essere verificata proprio perché l'originale non c'è. Circolo chiuso.
Il Papiro Tulli continua a suscitare dibattiti tra coloro che lo ritengono un reperto autentico che descrive eventi straordinari, e coloro che lo considerano un falso o un'esagerazione. Il dibattito, convenientemente, non può essere risolto perché l'oggetto del contendere è sparito.
Chiunque abbia una formazione minima in teoria della conoscenza riconosce questa struttura: si crea un'impossibilità di verifica, dopodiché si usa quell'impossibilità come prova del nulla. Non possiamo verificarlo, quindi non è vero. Non è logica. È un trucco retorico.
Thutmosi III e il cielo che non si spiega
Thutmosi III regna sull'Egitto dal 1504 al 1450 a.C. circa. Le sue numerose campagne militari e conquiste territoriali gli sono valse il titolo di "Napoleone dell'antico Egitto". Sotto il suo regno, l'Egitto raggiunge la sua massima espansione territoriale. È un'epoca di potenza, di costruzioni monumentali, di archivi meticolosi.
È anche l'epoca in cui, se il Papiro Tulli dice il vero, qualcosa di non identificato ha sorvolato i cieli egizi per almeno due giorni consecutivi, terrorizzando gli scribi di corte, allarmando l'esercito e inducendo il faraone a consultare personalmente gli annali storici per trovare precedenti.
Non li trovò. L'evento fu registrato come unico nella storia del regno. Il testo descrive la vicenda come "una meraviglia mai conosciuta prima dalla fondazione di questa terra."
Una meraviglia senza precedenti, registrata negli archivi di Stato, testimoniata dall'esercito e dal faraone, poi sepolta per 3.500 anni, riemersa per brevissimo tempo, e infine resa nuovamente irrintracciabile.
Il paradigma accademico non ha una spiegazione per il Papiro Tulli. Ha solo la sparizione dell'originale, che usa come schermo per non doverla cercare.
Quello che resta quando l'originale sparisce
Restando sul piano di ciò che è documentabile, il caso Papiro Tulli lascia aperti interrogativi che nessuna risposta accademica ha mai affrontato davvero.
La trascrizione esiste. Fu vista e in parte trattata da egittologi con credenziali serie, tra cui il direttore del Museo Egizio del Cairo. La datazione interna è precisa. I dettagli geografici, istituzionali e procedurali corrispondono a quanto sappiamo della corte di Thutmosi III.
Va detto con onestà: l'unica versione del testo che possediamo è la traduzione di de Rachewiltz, uomo di sicura competenza egittologica ma anche di dichiarate simpatie esoteriche. Non disponiamo dell'originale ieratico per verificarla. Questo è il vero limite del caso, ed è giusto riconoscerlo apertamente invece di nasconderlo. Ma è un limite creato dalla sparizione del documento, non una prova della sua falsità.
Quando un documento disturba il paradigma, sparisce.
Quando sparisce, non può essere verificato.
Quando non può essere verificato, viene dichiarato probabilmente falso.
Quando viene dichiarato probabilmente falso, il caso è chiuso.
Il cielo sopra l'Egitto di Thutmosi III, secondo l'unico testo che ci è giunto, aveva qualcosa che terrorizzava gli eserciti e inginocchiava gli scribi.
Lo scrissero. Ordinarono che fosse ricordato per sempre.
Qualcuno si è assicurato che non lo fosse.
Fonte accademica / equilibrata
Paolo Cortesi, Il Papiro Tulli: un affaire egittologico tra storia e leggenda — articolo accademico disponibile su Academia.edu. È il testo più serio sul caso: ricostruisce la vicenda documentale e discute le varie interpretazioni (Libro dei Morti tardo, avvistamento, falso). Utile proprio perché non è schierato.
Fonte di riferimento generale
La voce Papiro Tulli su Wikipedia italiana. Ricostruisce cronologia, traduzioni, il ruolo di de Rachewiltz e Drioton, e la questione delle lacune "sistematiche". Buon punto di partenza con bibliografia in fondo.