La rivolta degli Igigi e il primo sciopero della storia
C'è un evento che i libri di storia non registrano, eppure è raccontato con dovizia di dettagli in uno dei testi più antichi che l'umanità possieda. Non è una battaglia, non è un diluvio, non è la fondazione di una città. È uno sciopero. Un ammutinamento in piena regola, con tanto di attrezzi bruciati, assedio notturno al palazzo del comandante e trattativa sindacale finale. Solo che i protagonisti non erano uomini. Erano dei.
Il testo si chiama Atrahasis, dal nome del suo eroe umano, ed è arrivato fino a noi su tavolette d'argilla in lingua accadica, le più antiche delle quali risalgono al XVII secolo avanti Cristo, copie di tradizioni molto più remote. I manuali lo presentano come "il poema babilonese del Diluvio", perché contiene la versione mesopotamica della storia che poi ritroveremo nella Genesi. Ma il Diluvio arriva solo nella seconda parte. La prima parte racconta qualcosa di molto più strano e, a ben vedere, di molto più importante: racconta perché l'uomo è stato creato. E la risposta che dà non ha niente a che vedere con l'amore di un creatore per la sua creatura.
L'uomo, dice l'Atrahasis, è stato creato per risolvere una vertenza di lavoro.
Prima dell'uomo: gli dei che faticavano
Il poema si apre con una frase che da sola vale un intero saggio: "Quando gli dei erano uomini". Gli studiosi discutono da un secolo sul senso esatto di questo incipit, ma il significato di fondo è chiaro dal contesto: c'era un tempo in cui erano gli dei stessi a lavorare, a sopportare la fatica, a portare il carico. Non tutti gli dei, però. Il testo distingue con precisione due classi. In alto stanno gli Anunnaki, i grandi dei, quelli che comandano: Anu che regna nel cielo, Enlil che governa la terra, Enki che presiede alle acque profonde. In basso stanno gli Igigi, gli dei minori, e a loro tocca tutto il resto.
E "tutto il resto", nel poema, significa lavoro pesante. Gli Igigi scavano. Il testo è esplicito: scavano i canali, aprono i letti dei fiumi, il Tigri e l'Eufrate, rimuovono la terra, portano i cesti. È un lavoro descritto senza alcuna idealizzazione, con il vocabolario concreto della corvée mesopotamica che ogni contadino dell'epoca conosceva sulla propria pelle. E dura da un tempo che il poema quantifica: per quaranta periodi gli Igigi sopportano il carico, notte e giorno, senza tregua.
Qui si apre la prima biforcazione interpretativa, ed è bene segnalarla subito con onestà. Per l'assiriologia accademica, il quadro è quello idraulico della Mesopotamia storica proiettato sul piano mitico: gli dei scavano i canali perché i canali erano la spina dorsale della civiltà sumera, e il mito spiega l'ordine del mondo attraverso il lavoro che quel mondo lo rendeva abitabile. Per Zecharia Sitchin, invece, dietro il linguaggio dello scavo si nasconde un'attività diversa: l'estrazione mineraria. Nella sua ricostruzione, gli Anunnaki erano giunti sulla Terra per procurarsi oro, necessario secondo lui a proteggere l'atmosfera del loro pianeta, e gli Igigi, insieme a un contingente di Anunnaki di rango inferiore, erano stati destinati alle miniere dell'Abzu, che Sitchin colloca nell'Africa sudorientale. Lo scavo dei "fiumi" sarebbe la memoria deformata dello scavo dei pozzi e delle gallerie. È un'ipotesi, va detto, che non trova riscontro nella lettura filologica corrente del termine Abzu, che indica il dominio delle acque sotterranee di Enki. Ma qualunque sia la natura del lavoro, su un punto il testo antico e la lettura alternativa concordano pienamente: quel lavoro era insopportabile. E chi lo svolgeva, a un certo punto, decise che era abbastanza.
La notte dell'ammutinamento
La scena della rivolta è uno dei passaggi più vividi di tutta la letteratura mesopotamica, e merita di essere raccontata da vicino.
Gli Igigi si lamentano tra loro, si contano, si convincono. Il malcontento diventa organizzazione. Uno di loro, che il testo lascia significativamente anonimo, incita gli altri: basta con la fatica, andiamo a stanare il comandante, il consigliere degli dei, dalla sua dimora. E così fanno. Danno fuoco ai loro attrezzi. Bruciano le zappe e i cesti, gli strumenti stessi della loro schiavitù, in quello che è a tutti gli effetti il primo gesto di distruzione simbolica dei mezzi di produzione mai registrato per iscritto. Poi marciano, nel cuore della notte, e circondano l'Ekur, la dimora di Enlil.
Quello che segue è puro teatro politico. Enlil viene svegliato dal suo attendente: la casa è assediata. Il signore della terra, il dio più potente del pantheon operativo, ha paura. Il testo non lo nasconde: Enlil si fa portare le armi, si barrica, e manda a chiamare Anu dal cielo ed Enki dalle profondità. Si riunisce il consiglio supremo in piena emergenza, con la folla degli dei ribelli accampata fuori dalla porta. Enlil vorrebbe la linea dura: trovare il capo della rivolta e giustiziarlo, per dare l'esempio. Chiede che si interroghino gli insorti: chi è l'istigatore? Chi ha dichiarato la guerra?
E qui accade la cosa più straordinaria. Gli Igigi rispondono compatti: tutti noi. Ognuno di noi ha dichiarato questa guerra. Il lavoro ci stava uccidendo, il carico era eccessivo, la fatica troppa. Nessun nome viene fatto. Nessun capro espiatorio viene consegnato. La solidarietà tiene.
Ed è a questo punto che la storia prende la piega che ci riguarda tutti. Perché Anu, il re del cielo, ascolta le ragioni dei ribelli e le trova giuste. Il testo glielo fa dire quasi esplicitamente: la loro fatica è pesante, il loro lamento è fondato. La repressione viene accantonata. Ma il lavoro, quello, non può fermarsi: i canali vanno scavati, il carico va portato, qualcuno deve farlo. Se non gli Igigi, chi?
Nella sala del consiglio, la domanda resta sospesa. E a raccoglierla è, come sempre nei momenti decisivi, Enki.
La soluzione di Enki: creare il lavoratore
La proposta che Enki avanza al consiglio degli dei è, letta con occhi moderni, agghiacciante nella sua lucidità. Esiste già, dice in sostanza, la dea della nascita, Mami, che il testo chiama anche Nintu e che la tradizione identifica con Ninhursag, la grande esperta di generazione. Che sia lei a creare un lullu, un "uomo primitivo", un lavoratore. Sarà lui a portare il giogo. Sarà lui a sopportare la fatica degli dei. Gli Igigi saranno liberi, e il lavoro continuerà.
Il consiglio approva. E il poema descrive la procedura con un dettaglio che ha fatto scorrere fiumi di inchiostro. Viene scelto un dio, che il testo chiama We-ila o Geshtu-e, un nome che contiene la parola "orecchio" o "intelligenza". Questo dio viene ucciso, e con la sua carne e il suo sangue viene impastata l'argilla. Da quella mistura, carne divina e materia terrestre, Mami plasma l'uomo. Il testo aggiunge un particolare inquietante: nella carne dell'uomo rimane l'etemmu, lo spirito, il battito del dio ucciso, perché il vivente non dimentichi la propria origine.
Fermiamoci un momento su cosa sta dicendo davvero questo testo di quasi quattromila anni fa. L'uomo non nasce da un atto d'amore, né da un capriccio, né dal desiderio di un dio di avere qualcuno che lo adori. Nasce da una crisi sindacale. È una soluzione tecnica a un problema di manodopera. La sua composizione è dichiaratamente ibrida: una parte divina, la carne e il sangue del dio sacrificato, e una parte terrestre, l'argilla. E il suo scopo è scritto nel suo atto di fondazione: portare il carico, sollevare gli dei dalla fatica.
Chi segue questo blog sa dove porta il passo successivo. Nella lettura sitchiniana, la procedura di Mami e Enki non è un impasto simbolico ma un intervento di ingegneria genetica: la "carne e il sangue" del dio come materiale genetico anunnaki, l'"argilla" come l'ominide terrestre già esistente, l'homo erectus, e il lullu come ibrido, il primo Homo sapiens, progettato per un compito preciso. È una lettura che va oltre ciò che il testo dice, e va presentata per quello che è: un'interpretazione. Ma va anche riconosciuto che è un'interpretazione che il testo, con la sua insistenza sulla mescolanza di componente divina e componente terrestre e sulla finalità lavorativa della creatura, sembra quasi invocare. I sacerdoti babilonesi che copiavano l'Atrahasis non stavano scrivendo che l'uomo è il fine della creazione. Stavano scrivendo che l'uomo è il mezzo di qualcun altro.
Quello che la rivolta ci lascia
La storia degli Igigi non finisce con la creazione dell'uomo, e nemmeno la loro presenza nei testi. Il loro nome continua ad apparire nella letteratura mesopotamica per secoli, spesso in coppia con quello degli Anunnaki, in una distinzione di rango che gli studiosi hanno letto in modi diversi a seconda delle epoche: dei del cielo contro dei della terra, dei maggiori contro dei minori. Su questo blog abbiamo già incontrato una linea interpretativa che collega gli Igigi ai "Vigilanti" della tradizione enochiana, i Watchers che scendono, osservano, e finiscono per mescolarsi con l'umanità che avrebbero dovuto soltanto sorvegliare. È un filo che merita un discorso a parte. Qui interessa il punto di partenza: prima ancora di osservare l'uomo, gli Igigi sono stati la ragione per cui l'uomo esiste.
E c'è qualcosa di vertiginoso nel pensare alle implicazioni. Se il racconto dell'Atrahasis conserva, sotto il velo del mito, la memoria di eventi reali, allora la condizione umana ha un'origine precisa e documentata: siamo nati come manodopera sostitutiva. La nostra funzione originaria non era adorare, né custodire un giardino, né moltiplicarci per riempire la terra. Era scavare. Portare cesti. Sollevare altri dalla fatica. Ogni teologia successiva, compresa quella biblica che dell'Atrahasis riprende in forma edulcorata interi blocchi narrativi, avrebbe poi rivestito questa origine di significati più nobili. Ma il nucleo più antico della storia, quello inciso sull'argilla quando la scrittura era giovane, è brutale e amministrativo: c'era un lavoro da fare, chi lo faceva si è ribellato, e qualcuno ha progettato noi.
Eppure, dentro questa storia così poco lusinghiera, c'è anche un'eredità in cui vale la pena riconoscersi. Perché il poema conserva pure l'altra metà del racconto: la rivolta funzionò. Gli Igigi si unirono, rifiutarono di consegnare un colpevole, tennero il punto davanti al potere armato, e ottennero ciò che chiedevano. Il primo sciopero documentato della storia si concluse con una vittoria. Che i vincitori abbiano poi scaricato il peso su qualcun altro, su di noi, è la parte amara della lezione. Ma il principio che quella notte si affermò davanti alla casa assediata di Enlil è rimasto inciso nell'argilla per quattromila anni, ed è forse il lascito più sovversivo di tutta la letteratura mesopotamica: nessun ordine, nemmeno quello divino, è al riparo dal momento in cui chi porta il carico decide di posarlo a terra. {{reperto}}
E se davvero portiamo in noi, come dice il poema, il battito del dio ucciso per crearci, allora portiamo anche qualcos'altro: la memoria di chi si è ribellato un attimo prima che noi nascessimo. Forse è per questo che, da quattromila anni, nessun padrone è mai riuscito a dormire del tutto tranquillo.
Bibliografia e fonti
- Wilfred G. Lambert e Alan R. Millard, Atra-hasis: The Babylonian Story of the Flood (1969), Oxford University Press. Edizione critica di riferimento del poema, con testo accadico e traduzione.
- Stephanie Dalley (a cura di), Myths from Mesopotamia: Creation, the Flood, Gilgamesh, and Others (1989), Oxford University Press. Traduzione accademica accessibile dell'Atrahasis.
- Tavolette di Atrahasis, versione paleobabilonese, ca. XVII secolo a.C., copiate dallo scriba Ku-Aya (o Ipiq-Aya) sotto il regno di Ammi-saduqa.
- Zecharia Sitchin, Il 12° Pianeta (The 12th Planet, 1976), Harper Collins.
- Zecharia Sitchin, Le Guerre degli Dei e degli Uomini (The Wars of Gods and Men, 1985), Bear & Company.
- Thorkild Jacobsen, The Treasures of Darkness: A History of Mesopotamian Religion (1976), Yale University Press.
- Genesi 2-3, testo masoretico ebraico