La storia segreta della fondazione di Roma (versione breve)
Il 21 aprile del 753 a.C., secondo la tradizione romana, Romolo tracciò con un aratro di bronzo il solco sacro che avrebbe delimitato la città di Roma. Suo fratello Remo lo scavalcò per scherno. Romolo lo uccise.
Questa è la versione che tutti conoscono, ridotta a leggenda per bambini. Ma se si osserva con attenzione il rituale che la tradizione romana associa alla fondazione, emerge qualcosa di molto più complesso di una storia di gemelli e di una lupa. Emerge un protocollo cosmico, preciso, codificato, che i romani stessi attribuivano a una scienza più antica di loro: la disciplina etrusca.
Una Nascita Non Umana
Prima ancora del rituale di fondazione, la tradizione romana colloca un evento che merita attenzione: la nascita stessa dei due gemelli non fu, secondo il racconto canonico, un evento ordinario.
Rea Silvia, la madre di Romolo e Remo, era una Vestale, una sacerdotessa vincolata alla castità perpetua, incaricata di custodire il fuoco sacro di Vesta. Secondo Livio e Plutarco, mentre dormiva in un bosco sacro fu ingravidata da Marte, il dio della guerra. Non un'unione umana. Un'unione divina, con un dio che si manifesta e genera una progenie destinata a un compito straordinario.
Questo schema narrativo, un dio che si unisce a una donna mortale, vincolata o consacrata, generando una progenie con un destino fuori dal comune, ricorre con una frequenza che difficilmente può essere casuale in tutto il mondo antico.
Lo ritroviamo, sotto forme diverse, nella tradizione greca con Eracle, figlio di Zeus e della mortale Alcmena. Lo ritroviamo nella tradizione egizia, dove i faraoni venivano talvolta presentati come figli diretti di Amon. E lo ritroviamo, in una versione molto più ampia e sistematica, nel racconto di Genesi 6, dove i Figli di Dio si uniscono alle figlie degli uomini generando una progenie di rilievo straordinario, i Ghibborim, uomini famosi dell'antichità, dice la Bibbia.
Romolo, fondatore di Roma, nasce quindi secondo lo stesso schema narrativo dei grandi fondatori e degli ibridi divini dell'antichità: non interamente umano, non interamente divino, ma qualcosa nel mezzo, una figura predisposta, fin dalla nascita, a un ruolo che nessun uomo comune avrebbe potuto svolgere.
La fondazione di Roma, così come la tramandano Plutarco, Livio e Varrone, non fu un evento improvvisato. Fu un rituale eseguito secondo regole precise, importate dagli Etruschi, un popolo la cui origine rimane uno dei più grandi enigmi della storia antica.
Erodoto sosteneva che gli Etruschi venissero dalla Lidia, in Anatolia. Dionigi di Alicarnasso sosteneva che fossero un popolo autoctono italico. La genetica moderna non ha ancora risolto la questione in modo definitivo. Quello che è certo è che gli Etruschi possedevano un sistema religioso e divinatorio estremamente sofisticato, che chiamavano disciplina etrusca, e che i romani adottarono integralmente per i loro riti più importanti, inclusa la fondazione della loro stessa città.
La disciplina etrusca non era superstizione popolare. Era un sistema tecnico, con regole fisse, tramandato in libri sacri, i libri aruspicini, i libri fulgurali, i libri rituales, che insegnavano come leggere il volere divino attraverso i fenomeni naturali: il volo degli uccelli, le viscere degli animali sacrificati, i fulmini.
Il Mundus: Una Porta Verso il Sottosuolo
C'è un elemento del rituale di fondazione che precede persino il tracciamento del pomerium, e che gli storici romani trattavano con particolare reverenza: il mundus.
Prima di tracciare il solco con l'aratro, Romolo scavò, secondo la tradizione riportata da Plutarco, una fossa circolare. In quella fossa furono gettate primizie di ogni genere, frutti della terra, oggetti di valore simbolico, e soprattutto zolle di terra che ogni fondatore aveva portato con sé dal proprio luogo di origine. Il mundus rappresentava simbolicamente l'unione di tutte le terre di provenienza dei futuri cittadini in un unico punto, il centro sacro della nuova città.
Ma il mundus non era solo un deposito simbolico. Nella tradizione romana successiva, era considerato un punto di contatto diretto tra il mondo dei vivi e il mondo sotterraneo. Macrobio racconta che il mundus veniva aperto ritualmente tre volte l'anno, i giorni chiamati mundus patet, il mondo è aperto, durante i quali si credeva che le porte del regno dei morti si spalancassero, permettendo alle anime degli inferi di risalire temporaneamente sulla terra. In quei giorni, ogni attività pubblica importante veniva sospesa.
Il concetto di un punto fisico, specifico e localizzato, che funge da soglia tra dimensioni diverse dell'esistenza, non è un'invenzione isolata della cultura romana. Strutture concettualmente identiche compaiono nella religione mesopotamica, dove specifici templi e ziggurat erano considerati punti di passaggio tra il mondo degli uomini e il mondo degli dèi, e nella tradizione greca con l'oracolo di Delfi, costruito su quello che si credeva fosse l'omphalos, il centro e l'ombelico del mondo.
Roma, nel momento stesso della sua fondazione, non si limitò a tracciare un confine orizzontale sulla terra. Aprì, secondo la propria tradizione religiosa, anche un confine verticale, un punto di passaggio tra i livelli dell'esistenza, situato esattamente al centro della futura città.
Il Cielo Diviso in Templum
Al centro della fondazione di Roma c'è un concetto tecnico che merita attenzione: il templum.
Prima di tracciare il solco della città, l'augure, il sacerdote incaricato di interpretare la volontà degli dèi, doveva delimitare una porzione di cielo. Con un bastone rituale chiamato lituus, tracciava nell'aria una griglia, dividendo il cielo in quattro settori cardinali. Questa porzione di cielo delimitata si chiamava templum. Solo all'interno di quel templum il volo degli uccelli aveva valore divinatorio.
Il termine latino templum non indicava originariamente un edificio. Indicava una sezione dello spazio celeste, tagliata e organizzata secondo coordinate precise, nord, sud, est, ovest, per renderla leggibile. Solo successivamente il termine fu applicato agli edifici sacri, che replicavano sulla terra la stessa struttura geometrica usata per dividere il cielo.
Questo è un dettaglio che gli storici delle religioni comparate trovano sorprendentemente simile a pratiche mesopotamiche. I sacerdoti babilonesi dividevano il cielo in settori per l'osservazione astrologica, attribuendo ogni settore a una divinità specifica e interpretando il movimento degli astri all'interno di quella griglia. La tecnica di dividere il cielo in zone per renderlo interpretabile non nacque in Etruria. È un sapere che affonda le radici nella tradizione astrologica del Vicino Oriente antico, trasmessa attraverso secoli e culture fino ad arrivare, per vie che restano in parte oscure, nell'Italia centrale del primo millennio a.C.
Gli Uccelli e il Numero Dodici
Romolo e Remo, secondo la tradizione, si contesero il diritto di fondare la città attraverso un auspicio, l'osservazione del volo degli uccelli.
Remo, sul colle Aventino, vide sei avvoltoi. Romolo, sul colle Palatino, ne vide dodici. Il numero maggiore fu interpretato come segno di favore divino superiore, e Romolo ottenne il diritto di fondare la città, e di darle il proprio nome.
Il numero dodici non è casuale in nessuna tradizione religiosa antica del Mediterraneo e del Vicino Oriente. Dodici erano i mesi dell'anno babilonese. Dodici i segni dello zodiaco, sistema che i babilonesi codificarono e che si diffuse in tutto il mondo antico. Dodici gli dèi maggiori del pantheon olimpico greco e sumero. Dodici le tribù di Israele. Il numero dodici, nell'antichità, era sistematicamente associato alla completezza cosmica, al ciclo celeste, all'ordine totale dell'universo.
Che Romolo ricevesse esattamente il doppio degli avvoltoi di Remo, dodici contro sei, non è un dettaglio narrativo neutro. È un segno che la tradizione romana costruì deliberatamente per indicare che la fondazione di Roma era allineata con l'ordine cosmico nella sua interezza, non con una sua porzione parziale.
Il Fratricidio come Sacrificio Fondativo
Remo scavalca il solco appena tracciato. Romolo lo uccide. È la scena più nota e più disturbante, di tutta la tradizione fondativa romana.
Questo schema narrativo non è isolato. Compare in molte tradizioni fondative antiche: un atto di violenza fraterna che inaugura una nuova civiltà o una nuova era. Caino e Abele nella tradizione biblica seguono una struttura sorprendentemente simile, due fratelli, un confine simbolico violato o conteso, un omicidio che segna l'inizio di qualcosa di nuovo.
Gli storici delle religioni comparate, a partire da Mircea Eliade, hanno osservato che molte culture antiche associano la fondazione di un nuovo ordine a un sacrificio, reale o simbolico. Il confine di una città, per essere sacro e inviolabile, doveva essere consacrato con qualcosa di estremo. Nel caso di Roma, quel qualcosa fu il sangue del fratello del fondatore.
Il solco tracciato da Romolo, chiamato pomerium, divenne il confine sacro e inviolabile della città. Attraversarlo senza autorizzazione, in epoca successiva, restava un atto gravissimo, gli eserciti romani, per esempio, non potevano attraversare il pomerium in armi. Il confine fondato sul sangue di Remo rimase per secoli una linea che separava il sacro dal profano.
La Lupa e l'Asylum: Una Fondazione Pianificata
Resta un ultimo elemento da chiarire, forse il più frainteso di tutta la tradizione romolea: la lupa che allatta i due gemelli abbandonati.
L'immagine della lupa capitolina è oggi uno dei simboli più riconoscibili al mondo. Ma diversi filologi, a partire da osservazioni già circolanti nell'antichità, hanno notato che la parola latina lupa non indicava soltanto l'animale. Era anche un termine gergale per indicare le prostitute, un'accezione attestata in numerosi testi latini, incluso Plauto. Alcuni storici antichi, tra cui lo stesso Livio, accennano alla possibilità che la "lupa" che allevò i gemelli fosse in realtà la moglie del pastore Faustolo, Acca Larenzia, descritta da alcune fonti come donna di facili costumi. La trasformazione in animale sacro sarebbe quindi un'elaborazione narrativa successiva di un dettaglio originariamente meno nobile.
Ma c'è un secondo elemento, ancora più rivelatore, che riguarda non la nascita ma la crescita della città appena fondata. Subito dopo aver tracciato il pomerium, Romolo compì una scelta che la tradizione riporta con sorprendente franchezza: aprì un asylum, un luogo di rifugio, sul colle Capitolino, dichiarando che chiunque, fuggiaschi, debitori, criminali, schiavi in fuga, avrebbe potuto stabilirsi a Roma senza essere perseguito per il proprio passato.
Questo dettaglio rivela qualcosa di importante sulla natura reale della fondazione di Roma. Non fu un evento puramente religioso o simbolico. Fu, in parallelo al rituale cosmico, anche un'operazione demografica calcolata. Una città neonata aveva bisogno urgente di abitanti, soprattutto di uomini in età da combattimento e da lavoro, per poter sopravvivere e crescere in un territorio circondato da popoli già stabiliti e potenzialmente ostili. L'apertura indiscriminata ai fuggiaschi di ogni tipo non fu un atto di generosità casuale. Fu una soluzione pragmatica a un problema concreto di sopravvivenza, popolare rapidamente un territorio vuoto, a qualunque costo sociale. {reperto}}
Il celebre ratto delle Sabine, l'episodio in cui i romani rapirono le donne delle popolazioni vicine per procurarsi mogli, si inserisce nella stessa logica. Una città di soli uomini, per quanto sacra fosse stata la sua fondazione, non poteva riprodursi né sopravvivere a lungo termine senza una popolazione femminile. Anche questo aspetto, apparentemente periferico al mito fondativo, rivela la stessa pianificazione pragmatica che emerge dall'apertura dell'asylum.
La Scomparsa di Romolo
C'è un ultimo elemento che lega la fondazione di Roma a uno schema narrativo che abbiamo già incontrato in altri contesti antichi.
Secondo Plutarco e Livio, Romolo non morì come un uomo comune. Dopo aver regnato per decenni, durante una rassegna delle truppe nel Campo Marzio, fu avvolto da una nube improvvisa, accompagnata da tuoni e da un vento fortissimo. Quando la nube si dissolse, Romolo era scomparso. Il suo corpo non fu mai ritrovato.
La tradizione romana successiva interpretò questo evento come un'apoteosi, Romolo non era morto, era stato portato via, assunto tra gli dèi. Fu deificato con il nome di Quirinus e venerato come divinità protettrice di Roma.
Lo schema, un uomo che non muore ma viene portato via in circostanze atmosferiche straordinarie, accompagnato da fenomeni naturali violenti, il cui corpo non viene mai ritrovato, è lo stesso schema che la Genesi applica a Enoc, che la tradizione ebraica applica a Elia, rapito su un carro di fuoco, e che diverse culture antiche del Mediterraneo orientale applicano a figure fondative o profetiche di particolare rilievo.
Non si tratta di un'invenzione casuale dei romani. È un motivo narrativo ricorrente nell'antichità, la scomparsa improvvisa, accompagnata da fenomeni atmosferici, come segno di un'elezione speciale, di un passaggio a un'altra dimensione dell'esistenza.
Conclusione
La fondazione di Roma, letta con attenzione, non è una semplice favola sulle origini di una città. È un protocollo costruito secondo le regole precise di una scienza sacra ereditata dagli Etruschi, una scienza che divideva il cielo in settori misurabili, che attribuiva significato cosmico ai numeri, che consacrava i confini con il sangue, e che concludeva la vita del fondatore con una scomparsa che imitava lo schema di altre figure sacre del mondo antico.
Romolo non fondò Roma con un gesto arbitrario. La fondò seguendo un rituale che i romani stessi consideravano scienza esatta, capace di leggere e replicare sulla terra l'ordine dei cieli.
Resta da chiedersi da dove venisse, in origine, quella scienza. E quanto fosse condivisa, sotto forme diverse, dalle altre grandi civiltà dell'antichità che la fondazione di Roma sembra inconsapevolmente rispecchiare.
Questo articolo è solo una versione breve del saggio di 50 pagine che ho scritto e che puoi trovare nella sezione Biblioteca occulta, nel menù laterale (se non c'è devi aggiornare l'applicazione, ci sono altri saggi e approfondimenti). Se vuoi approfondire ulteriormente questo tema considera di acquistare il saggio. A presto :) {{reperto}}
Fonti principali
Plutarco, "Vite Parallele — Romolo"
Tito Livio, "Ab Urbe Condita", Libro I
Dionigi di Alicarnasso, "Antichità Romane"
Macrobio, "Saturnalia", Libro I
Mircea Eliade, "Il Mito dell'Eterno Ritorno" (1949)
Jean-René Jannot, "Religion in Ancient Etruria" (2005)
Erodoto, "Storie", Libro I, 94