Eliogabalo e la pietra nera di Emesa
Nell'estate del 219 dopo Cristo, chi si trovava per strada a Roma vide passare un carro trainato da sei cavalli bianchi. Sul carro non c'era un uomo, non c'era una statua di marmo, non c'era un simbolo dell'impero. C'era una pietra nera di forma conica, alta poco più di un uomo. Davanti al carro, correndo all'indietro per non voltare mai le spalle alla pietra, procedeva l'imperatore di Roma. Aveva quindici anni. Nei quattro anni successivi tentò di riscrivere la religione dell'impero più potente del mondo antico, e fallì così completamente che il suo nome venne cancellato dalle iscrizioni e il suo corpo gettato nel Tevere. Questa è la storia di quella pietra, di quel ragazzo, e di un'idea che sarebbe stata accolta trionfalmente cinquant'anni più tardi, quando a proporla fu qualcun altro.
Un ragazzo di Emesa
Si chiamava Vario Avito Bassiano ed era nato intorno al 204 a Emesa, la città siriana che oggi si chiama Homs. La sua famiglia apparteneva all'aristocrazia sacerdotale locale ed era imparentata con la dinastia imperiale dei Severi, dato che sua nonna Giulia Mesa era sorella di Giulia Domna, moglie dell'imperatore Settimio Severo. Quando nel 217 l'imperatore Caracalla venne assassinato e il potere passò al prefetto del pretorio Macrino, Mesa fu allontanata dalla corte e rimandata in Siria con le sue enormi ricchezze. Fu lì che costruì il colpo di mano. Il ragazzo era sacerdote ereditario del dio locale, una carica che lo rendeva visibile e riverito in tutta la regione, e la nonna fece circolare la voce che fosse in realtà figlio illegittimo di Caracalla, ancora popolarissimo tra i soldati. Il denaro fece il resto. Nella notte tra il 15 e il 16 maggio del 218 la Legio III Gallica, accampata a Rafanea non lontano da Emesa, lo proclamò imperatore. Il 18 giugno, in una battaglia combattuta vicino ad Antiochia, l'esercito di Macrino si sfaldò. Il ragazzo prese il nome di Marco Aurelio Antonino, per rendere esplicita la parentela inventata con Caracalla. Il nome con cui lo conosciamo oggi, Eliogabalo, non è un nome personale. È il nome del suo dio.
La pietra caduta dal cielo
Il dio di Emesa si chiamava Elagabal. Il nome viene da una radice semitica che significa con ogni probabilità "dio della montagna", ilah ha-gabal. I Greci e i Romani, sentendo la prima sillaba, la confusero con Helios, il sole, e lo trasformarono in Eliogabalo, il dio sole della montagna. Ma la cosa davvero singolare non è il nome. È il fatto che questo dio non avesse alcuna immagine. Lo storico Erodiano, che scriveva pochi decenni dopo i fatti, descrive l'oggetto di culto come una grande pietra nera, arrotondata alla base e affusolata verso l'alto, di forma conica, coperta di piccole sporgenze e di segni che i sacerdoti indicavano ai visitatori come un'immagine del sole non prodotta da mano umana. Aggiunge che si riteneva fosse caduta dal cielo. Oggetti di questo tipo hanno un nome tecnico. Si chiamano betili, dal semitico bet-el, che significa letteralmente "casa del dio", e sono pietre che non rappresentano la divinità ma la contengono, la ospitano. Il caso più noto al mondo è la Pietra Nera incastonata nell'angolo della Kaaba alla Mecca. Che la pietra di Emesa fosse davvero un meteorite è un'ipotesi moderna, ragionevole ma non dimostrabile, perché l'oggetto è andato perduto e non esiste alcun frammento da analizzare. Quello che resta sono le monete. La zecca di Emesa e poi quella imperiale coniarono pezzi che mostrano la pietra con precisione, un cono scuro posto su un carro a quattro cavalli, protetto da una specie di ombrello cerimoniale, spesso con un'aquila sopra. Sono immagini che si possono ancora tenere in mano nei musei e nelle collezioni, e sono la testimonianza più solida che abbiamo.
Roma aveva già importato una pietra nera
Qui arriva il primo punto che di solito manca nelle ricostruzioni scandalizzate. Roma non era affatto nuova all'idea di adorare una pietra. Nel 204 avanti Cristo, mentre Annibale era ancora in Italia e la Seconda Guerra Punica sembrava non finire mai, i sacerdoti romani consultarono i Libri Sibillini, la raccolta di oracoli che si apriva nei momenti di crisi estrema. La risposta fu che il nemico straniero sarebbe stato cacciato dall'Italia solo portando a Roma la Grande Madre, cioè la dea Cibele venerata a Pessinunte in Anatolia. Quella dea era anch'essa una pietra nera, probabilmente anch'essa di origine meteoritica stando alle descrizioni antiche. Fu trasportata via mare, accolta al porto di Ostia da Publio Cornelio Scipione Nasica, scelto come "il migliore dei cittadini", e alla fine collocata in un tempio sul Palatino inaugurato nel 191 avanti Cristo. La differenza tra i due casi non sta quindi nella pietra. Sta nel modo. Cibele fu importata dal Senato, con una procedura religiosa ufficiale, e poi tenuta sotto stretto controllo, perché ai cittadini romani era vietato per legge servire come suoi sacerdoti castrati e il culto fu confinato entro limiti precisi. Elagabal invece arrivò come dio personale dell'imperatore, senza alcuna deliberazione, e non per aggiungersi agli dèi di Roma ma per comandarli.
Il ritratto spedito in anticipo
Prima ancora di mettere piede in città, il nuovo imperatore fece qualcosa che rivela una mente politica molto più sofisticata di quanto la tradizione gli conceda. Secondo Erodiano fece dipingere un grande ritratto di sé stesso nell'atto di sacrificare al suo dio, in abito sacerdotale siriano, e lo spedì a Roma con l'ordine di appenderlo nella Curia, la sede del Senato, sopra l'altare della Vittoria. In pratica costrinse i senatori a vedere ogni giorno, per mesi, l'immagine del loro imperatore vestito da straniero mentre compiva un rito straniero. Non era un capriccio. Era un'operazione di abitudine forzata, perché quando finalmente arrivò in città, nell'autunno del 219, il suo aspetto non avrebbe più dovuto sorprendere nessuno. Erodiano dice esplicitamente che questo era lo scopo. È la stessa logica con cui oggi un governo diffonde un ritratto ufficiale prima dell'insediamento. Il fatto che l'operazione sia fallita non la rende meno consapevole.
Il dio entra a Roma
Sul Palatino, il colle dove sorgevano i palazzi imperiali, fece costruire un tempio nuovo, che le fonti chiamano Elagaballium. Un secondo santuario fu eretto nella periferia della città. Ogni estate la pietra veniva trasferita dall'uno all'altro con la processione che apre questo articolo. Erodiano descrive la strada cosparsa di polvere d'oro e di sabbia, le guardie schierate su entrambi i lati, la folla che correva accanto al carro con torce e ghirlande. Il carro era vuoto di conducente, perché le redini erano fissate simbolicamente alla pietra, dato che era il dio a guidare, e l'imperatore correva davanti guardandolo in faccia e procedendo a ritroso. È un dettaglio su cui vale la pena fermarsi un momento, perché non è follia. È teologia. In quel gesto il capo dell'impero dichiarava pubblicamente di essere il servitore del dio, non il suo padrone. Per un romano educato alla tradizione, dove il magistrato compie il sacrificio con la testa coperta e mantiene sempre il controllo formale del rito, l'immagine era esattamente rovesciata.
Il furto degli dèi
Poi venne la mossa che nessuno gli perdonò. Cassio Dione, senatore e contemporaneo, racconta che l'imperatore fece trasferire nel tempio di Elagabal gli oggetti più sacri della religione romana. Il fuoco di Vesta, che le sacerdotesse mantenevano acceso ininterrottamente e la cui estinzione era considerata un presagio di rovina per lo Stato. Il Palladio, l'antichissima statua di legno di Atena che secondo la leggenda Enea aveva portato in salvo dalle fiamme di Troia e da cui dipendeva la sopravvivenza stessa della città. Gli ancilia, gli scudi sacri custoditi dal collegio dei Salii, i sacerdoti di Marte che li portavano in processione danzando. E la pietra nera della Grande Madre, arrivata quattro secoli prima. Dione afferma che l'intenzione dichiarata era che a Roma non si venerasse più nessun altro dio all'infuori di Elagabal. Nello stesso spirito l'imperatore riorganizzò la propria titolatura ufficiale. Nelle iscrizioni si fece chiamare sacerdos amplissimus dei invicti Solis Elagabali, cioè sommo sacerdote del dio invitto Sole Elagabal, e mise questo titolo prima di quello di pontifex maximus, il capo della religione tradizionale romana che ogni imperatore ricopriva per definizione. Non era una provocazione fine a sé stessa. Era una dichiarazione di gerarchia, incisa nella pietra, leggibile da chiunque.
I matrimoni impossibili
In quattro anni si sposò almeno tre volte, forse quattro. La prima moglie fu Giulia Cornelia Paula, ripudiata rapidamente. La seconda fu Aquilia Severa, e questo matrimonio provocò uno scandalo di dimensioni difficili da immaginare oggi, perché Aquilia Severa era una Vestale. Le Vestali erano sacerdotesse scelte da bambine e vincolate alla castità per trent'anni, e la violazione di quel voto non era considerata un peccato privato ma un attentato alla sicurezza dello Stato, tanto che la pena prevista era la sepoltura da viva in una camera sotterranea. Sposarne una significava dichiarare che quella regola non contava più nulla. Cassio Dione riferisce la giustificazione che l'imperatore diede, e cioè che dall'unione di un sommo sacerdote e di una somma sacerdotessa sarebbero nati figli degni degli dèi. Anche in questo caso la logica interna è coerente, ed è una logica sacerdotale orientale, non romana. Seguì un terzo matrimonio politico con Annia Faustina, discendente di Marco Aurelio, evidentemente imposto dalla nonna per ricucire i rapporti con l'aristocrazia, e poi il ritorno ad Aquilia Severa. Ma la parte più rivelatrice riguarda i matrimoni del dio, non i suoi. Erodiano racconta che l'imperatore decise di dare una sposa a Elagabal e scelse dapprima il Palladio, cioè Atena, salvo poi cambiare idea giudicandola divinità troppo guerriera e poco adatta a un dio solare. Fece allora venire da Cartagine la statua e il tesoro di Urania, la dea celeste che i Cartaginesi avevano ereditato dai Fenici e che i Romani chiamavano Dea Caelestis, e celebrò le nozze tra il Sole e la Luna con festeggiamenti in tutto l'impero. Per un romano era teatro grottesco. Per un sacerdote semitico era la cosa più ovvia del mondo, perché l'accoppiamento tra la divinità solare maschile e quella lunare femminile è la struttura portante della religione siro-fenicia.
Il corpo dell'imperatore
Su questo punto occorre procedere con cautela, perché è il terreno dove le fonti diventano più violente e meno controllabili. Cassio Dione, che era senatore a Roma in quegli anni, scrive che l'imperatore desiderava essere chiamato signora, moglie e regina, che si depilava tutto il corpo e si truccava, che considerava suo marito un auriga di nome Ierocle, e che offrì somme enormi ai medici perché lo dotassero chirurgicamente di un corpo femminile. Sono affermazioni molto precise, formulate da un contemporaneo. Al tempo stesso bisogna sapere che nell'invettiva politica romana l'accusa di effeminatezza era l'arma standard contro qualunque governante da screditare, applicata a Cesare come a Nerone come a decine di altri, al punto che la sua presenza in un testo non prova quasi nulla di per sé. Gli storici moderni sono divisi. Alcuni leggono queste pagine come la prima testimonianza documentata di un'identità di genere non conforme in una figura di primo piano della storia antica, e negli ultimi anni alcune istituzioni britanniche hanno adottato di conseguenza il pronome femminile. Altri le considerano un costrutto retorico assemblato dopo la morte per giustificare l'assassinio. Non esiste un modo per decidere la questione con gli strumenti che abbiamo, e chi la presenta come chiusa in un senso o nell'altro sta sostituendo l'evidenza con la propria preferenza. Vale la pena aggiungere una cosa che il dibattito spesso dimentica. Stiamo parlando di un adolescente tra i quattordici e i diciotto anni, circondato da adulti che lo usavano.
Come finisce
Giulia Mesa capì prima di chiunque altro che il nipote era diventato un problema irrisolvibile, e agì con lo stesso realismo con cui lo aveva messo sul trono. Fece adottare come Cesare, cioè come erede designato, l'altro nipote Bassiano Alessiano, coetaneo e cugino, che assunse il nome di Severo Alessandro. Da quel momento esistevano due candidati, e i pretoriani ebbero una scelta. La fecero nel marzo del 222. L'imperatore fu ucciso insieme alla madre Giulia Soemia negli accampamenti della guardia. I corpi furono trascinati per le strade, mutilati e infine gettati nel Tevere, secondo una pratica riservata ai nemici pubblici e ai criminali comuni. Aveva circa diciotto anni. Seguì la damnatio memoriae, la procedura con cui il Senato ordinava la cancellazione del nome di un uomo da ogni iscrizione, la distruzione delle sue statue e il ritiro delle sue monete, e su molte lapidi sopravvissute si vede ancora lo spazio scalpellato dove quel nome stava. La pietra nera fu rispedita a Emesa. Da lì in poi se ne perdono le tracce.
Chi ha scritto questa storia
Tre autori ci raccontano quel regno, e nessuno dei tre è un testimone neutrale. Cassio Dione era un senatore contemporaneo ai fatti, ma scrisse sotto Severo Alessandro e da lui ricevette un secondo consolato, e raccontare il predecessore come un mostro era per lui tanto conveniente quanto sincero. In più il libro ottantesimo della sua opera non ci è arrivato per intero, ma in gran parte attraverso il riassunto compilato nell'undicesimo secolo dal monaco bizantino Giovanni Xifilino, il che significa che leggiamo una sintesi medievale di un testo antico. Erodiano scrisse più tardi, in greco, con intenti dichiaratamente morali e uno stile che privilegia la scena a effetto sulla precisione. La Historia Augusta, che contiene la biografia più ricca e più citata, è un testo del tardo quarto secolo attribuito ad autori che non sono mai esistiti, notoriamente inaffidabile, e a essa dobbiamo gli episodi più celebri e più improbabili, dai banchetti di talloni di cammello agli ospiti soffocati sotto una pioggia di petali di rosa. È esattamente quell'aneddoto, non le monete e non le iscrizioni, ad aver generato nel 1888 il quadro di Lawrence Alma-Tadema che ancora oggi definisce l'immagine popolare di questo imperatore. Sopra tutto questo grava un fatto strutturale che va tenuto sempre presente. La legittimità di Severo Alessandro dipendeva interamente dal fatto che suo cugino fosse stato indegno. Erano stati proclamati dalla stessa famiglia, con lo stesso denaro, con la stessa bugia sulla discendenza da Caracalla. L'unica differenza costruibile a posteriori era morale.
Cinquant'anni dopo
E qui sta il punto che rende questa vicenda qualcosa di più di una collezione di scandali. Nel 274 l'imperatore Aureliano, un soldato illirico che aveva riunificato l'impero con le armi, istituì a Roma il culto ufficiale del Sol Invictus, il Sole Invitto, gli costruì un tempio grandioso e ne fece la divinità suprema dello Stato, ponendo sé stesso sotto la sua protezione. Il Cronografo del 354, un calendario romano giunto fino a noi, registra il dies natalis Solis Invicti, la nascita del Sole Invitto, al 25 dicembre. Costantino continuò a far coniare monete con l'immagine del Sole Invitto per anni dopo la sua svolta favorevole ai cristiani. In altre parole, il progetto teologico di fare del sole la divinità unica e sovrana dell'impero, lo stesso progetto per cui un ragazzo siriano era stato ucciso e cancellato dalle iscrizioni, divenne politica ufficiale una cinquantina d'anni più tardi e fu accolto senza traumi. La differenza non era nell'idea. Era in chi la portava e in che forma. Aureliano era un generale vittorioso, romano, adulto, e presentò il suo dio in latino, dentro le forme della religione tradizionale, senza pietre nere, senza processioni a ritroso, senza sacerdoti stranieri e soprattutto senza spostare il fuoco di Vesta. Eliogabalo aveva proposto la stessa direzione teologica saltando ogni singola mediazione culturale. Non fu punito per l'assurdità della sua idea. Fu punito per il modo.
Considerazione personale
Quando si mettono in fila gli atti di quel regno, invece di leggerli nell'ordine in cui le fonti li dispongono per fare effetto, si vede emergere qualcosa che assomiglia molto poco alla pazzia. Un ritratto spedito in anticipo per abituare il pubblico. Un titolo sacerdotale collocato deliberatamente sopra quello di pontefice massimo. Il trasferimento fisico dei simboli sacri in un unico luogo. Un matrimonio divino che replica la struttura solare e lunare del culto d'origine. Un'unione con una Vestale spiegata in termini di generazione sacra. Sono tutti pezzi dello stesso disegno, eseguito con perfetta coerenza interna e con zero intelligenza politica, da un adolescente che aveva ricevuto in eredità un sacerdozio e per caso anche un impero. Che poi la memoria collettiva abbia conservato i petali di rosa inventati due secoli dopo e abbia dimenticato le monete coniate dallo Stato, quelle sì autentiche, dice qualcosa sul modo in cui si costruisce la reputazione di un uomo dopo che è stato gettato nel fiume. Le storie che sopravvivono non sono le più vere. Sono quelle che qualcuno aveva interesse a raccontare.
Nota sulle fonti
I fatti riportati in questo articolo provengono da Cassio Dione, libro ottantesimo, da Erodiano, libro quinto, dalla numismatica imperiale e provinciale e dalle iscrizioni epigrafiche superstiti. La Historia Augusta è stata citata solo per segnalare la sua inaffidabilità. L'identificazione della pietra di Emesa come meteorite è un'ipotesi moderna coerente con le descrizioni antiche ma non verificabile, poiché l'oggetto è perduto. Le questioni relative all'identità di genere dell'imperatore sono presentate come oggetto di dibattito aperto, senza che questo articolo prenda posizione. Il collegamento con il Sol Invictus di Aureliano è una lettura interpretativa proposta da chi scrive sulla base della cronologia documentata, non un rapporto causale attestato dalle fonti.
Fonti
Cassio Dione Cocceiano, Storia romana, libro LXXX. È la testimonianza di un senatore contemporaneo ai fatti e la fonte principale per il trasferimento degli oggetti sacri, per i matrimoni e per le affermazioni sul corpo dell'imperatore. Il libro è giunto a noi in gran parte attraverso l'epitome, cioè il riassunto, redatta nell'undicesimo secolo dal monaco bizantino Giovanni Xifilino.
Erodiano, Storia dell'impero romano dopo Marco Aurelio, libro V. È la fonte per la descrizione della pietra nera, per il ritratto inviato in anticipo al Senato, per la processione con i sei cavalli bianchi e per le nozze del dio con la divinità celeste di Cartagine.
Martijn Icks, The Crimes of Elagabalus. The Life and Legacy of Rome's Decadent Boy Emperor, I.B. Tauris, Londra 2011. È lo studio moderno di riferimento sulla vicenda e ricostruisce in modo sistematico la distanza tra i fatti documentabili e la leggenda nera costruita dopo la morte dell'imperatore.