Eridu: Il primo insediamento sulla terra

Esiste un punto preciso sulla superficie del pianeta che i Sumeri indicavano come l'inizio di tutto. 
Non un luogo simbolico, non una metafora poetica dell'origine, ma una località geografica identificabile, con coordinate note, oggi visibile come un rilievo di sabbia e mattoni crudi nel deserto meridionale dell'Iraq.
Si chiama Eridu. E il documento più antico che ne parla, la Lista Reale Sumerica, si apre con una frase che vale la pena leggere lentamente.

"Quando la regalità discese dal cielo, la regalità era a Eridu."

Non nacque. Non emerse. Non si sviluppò gradualmente dalle società tribali precedenti, come descriverebbe qualunque manuale di storia moderno. Discese. E il primo luogo in cui si posò fu una città.

Eridu corrisponde al sito archeologico di Tell Abu Shahrain, nel governatorato di Dhi Qar, nell'Iraq meridionale, a poco più di venti chilometri a sudovest delle rovine di Ur.
Il sito fu identificato nel 1855 dall'archeologo britannico John George Taylor, che vi trovò mattoni con iscrizioni che permisero il riconoscimento del luogo. Gli scavi sistematici, interrotti dalle due guerre mondiali e ripresi solo nel secondo dopoguerra, hanno restituito un quadro che merita attenzione.
L'occupazione umana continua del sito risale ad almeno il 5400 avanti Cristo, nel periodo che gli archeologi chiamano Ubaid, il che colloca Eridu tra i più antichi insediamenti stabili dell'intera Mesopotamia meridionale. Non si trattava di un villaggio marginale: gli scavi hanno restituito una necropoli con circa un migliaio di tombe, segno di una comunità numerosa e strutturata, che occupava lo stesso luogo da generazioni.
Ma il dato archeologico più straordinario è un altro. Sotto la ziggurat incompiuta fatta costruire dal re Amar-Sin intorno al 2047 avanti Cristo, gli archeologi hanno trovato diciotto templi sovrapposti, edificati in mattoni crudi uno sopra l'altro, nello stesso identico punto, nel corso di tremila anni.
Diciotto ricostruzioni successive. Ogni generazione che abbatteva il tempio precedente e ne edificava uno nuovo, più grande, sulle stesse fondamenta, senza mai spostarsi di un metro.
Il livello più antico, alla base di questa pila, non era un tempio monumentale. Era una piccola costruzione in mattoni crudi, quasi una capanna. Da lì, per tre millenni, nessuno si spostò.

Perché Proprio Lì?

Un dettaglio riportato dagli scavi rende la scelta del luogo ancora più singolare. Eridu fu fondata su una collina naturale formata da dune di sabbia, in una zona dove non esistevano insediamenti precedenti.
Non fu quindi la crescita graduale di un villaggio già esistente, che si espande lentamente fino a diventare città. Fu una fondazione ex novo, in un punto vergine, scelto deliberatamente.
E la posizione geografica era precisa, vicino alla foce dell'Eufrate, all'interno di una depressione lunga circa ventiquattro chilometri, in un ambiente lagunare e paludoso a poca distanza dal Golfo Persico.
Un ulteriore elemento emerso dagli scavi conferma la continuità del luogo. Nei livelli più antichi sono stati trovati depositi estesissimi di lische di pesce, associati fin dall'inizio al culto che sarebbe poi diventato quello di Enki e dell'Abzu. Il legame tra quel punto specifico e l'acqua profonda è quindi documentato archeologicamente, non soltanto per via mitologica. Chi si stabilì lì all'inizio aveva già un rapporto rituale con l'acqua, e quel rapporto non si interruppe mai.
Alla fase di massima espansione, intorno al 2900 avanti Cristo, la città copriva tra gli otto e i dieci ettari e ospitava una popolazione stimata attorno alle quattromila persone. Poi, intorno al 2050 avanti Cristo, l'insediamento decadde, e le testimonianze di occupazione successiva si fanno estremamente scarse. La ziggurat di Amar-Sin, l'ultimo grande cantiere del sito, non fu mai completata.

La Città di Enki

Nella tradizione sumerica Eridu non è una città qualunque. È la città di Enki, il dio della conoscenza, delle acque profonde e della tecnologia, colui che secondo i testi la fondò personalmente. La sua consorte, Damkina, condivideva con lui la titolarità del culto cittadino.
Il suo tempio si chiamava E-Abzu, che significa letteralmente Casa dell'Abzu. E l'Abzu, nella cosmologia sumerica, non era un concetto astratto ma indicava la massa di acqua dolce sotterranea da cui, secondo la loro comprensione del mondo, proveniva ogni forma di vita. La parola stessa è composta da ab, acqua, e zu, profondo o lontano.
Enki, quindi, non risiedeva semplicemente a Eridu. Risiedeva sopra e dentro l'accesso a quella dimensione sotterranea, in un edificio che portava il nome di quella dimensione.
Questo è coerente con tutto ciò che sappiamo di questa figura dalle altre fonti. Enki è, in tutta la letteratura mesopotamica, il dio che opera, che costruisce, che risolve problemi tecnici, che interviene sulla materia. È lui che, nel poema di Atrahasis, risolve la crisi del lavoro producendo l'uomo. È lui che, durante il diluvio, aggira il giuramento del consiglio divino per avvertire l'unico sopravvissuto. È lui, in Enki e Ninmah, a plasmare le forme del vivente.
Ed è a Eridu che si trovava la sua base operativa.

La Lista Reale Sumerica registra i sovrani di Eridu con cifre che nessuna cronologia storica può accogliere, e che proprio per questo meritano di essere riportate esattamente come il documento le riporta.
A Eridu, Alulim divenne re e regnò per ventottomila ottocento anni. Alalngar regnò per trentaseimila anni. Due re, sessantaquattromila ottocento anni in totale. Poi Eridu cadde, e la regalità fu trasferita a Bad-tibira.
Il documento non presenta queste cifre come leggenda o come esagerazione retorica. Le presenta con la stessa forma amministrativa che utilizza per i sovrani storicamente verificabili elencati nelle sezioni successive dello stesso testo, quelli di cui possediamo iscrizioni, tombe e testimonianze archeologiche. Non c'è alcuna cesura editoriale tra le due parti, nessuna nota che avverta il lettore di un cambio di registro, nessuna separazione tra ciò che sarebbe mito e ciò che sarebbe cronaca.
La storiografia accademica risolve la questione classificando la sezione antidiluviana come materiale mitologico inserito per conferire prestigio alla dinastia regnante e legittimarne l'autorità. È una spiegazione irragionevole come solo la storia ufficiale sa fare. Resta il fatto che chi compilò quel documento scelse di scrivere quelle cifre, in quel formato, in continuità diretta con la parte storicamente attendibile della lista. Ma ci siamo già occupati di questo tema in un precedente articolo. {{reperto}}
C'è poi un elemento strutturale interessante. La regalità, secondo la Lista, non resta a Eridu. Si sposta: prima a Bad-tibira, poi a Larak, poi a Sippar, poi a Shuruppak. Cinque città in sequenza, prima del diluvio. Non è la storia di un regno che cresce, ma di una sede che viene trasferita più volte, come se ciò che veniva spostato non fosse un popolo ma una funzione.

Gli Apkallu e l'Uomo Venuto dall'Acqua

Legata a Eridu esiste una tradizione che vale la pena affrontare per intero, perché è tra le più singolari dell'intera letteratura mesopotamica.
I testi parlano degli Apkallu, sette sapienti associati ai re antidiluviani, incaricati di trasmettere agli uomini le arti della civiltà. Non erano esseri umani ordinari. Venivano descritti come creature legate all'acqua, e raffigurati nell'arte assira come figure ibride, in parte umane e in parte pesce, oppure, molto più probabilmente, come uomini rivestiti di un mantello a forma di pesce.
Il primo di questi sapienti, associato proprio al regno di Alulim a Eridu, si chiamava U-an, ed è generalmente identificato con Adapa. Il suo titolo era Abgallu, parola composta da ab, acqua, gal, grande, e lu, uomo. L'uomo della grande acqua.
Di questa figura possediamo anche una testimonianza esterna alla tradizione cuneiforme. Berosso, sacerdote babilonese vissuto attorno al terzo secolo avanti Cristo, scrisse in greco un'opera sulla storia della Babilonia, giunta a noi in frammenti attraverso autori successivi. In quei frammenti Berosso descrive una creatura chiamata Oannes, dotata di corpo di pesce e caratteristiche umane, che emerse dal mare e insegnò agli uomini la scrittura, le arti, le scienze, l'agricoltura, la costruzione delle città e le leggi.
Secondo il racconto, Oannes trascorreva la giornata tra gli uomini senza assumere cibo, e al tramonto tornava nelle acque da cui era emerso.
Che questa figura sia da leggere come simbolo sacerdotale, come memoria deformata di contatti con popolazioni marittime, o come qualcos'altro, resta oggetto di discussione. Il dato che nessuno contesta è la struttura del racconto: la civiltà, secondo i mesopotamici, non fu inventata dagli uomini. Fu portata, da fuori, da qualcuno che veniva dall'acqua e che a Eridu aveva il proprio punto di contatto.

Le Me e il Furto della Civiltà

C'è un altro testo che colloca Eridu al centro dell'origine di tutto, ed è tra i più affascinanti della letteratura sumerica.
Il poema noto come Inanna e Enki racconta che la dea Inanna, signora della città di Uruk, si recò a Eridu per ottenere le me.
Le me sono un concetto difficile da tradurre, e proprio per questo istruttivo. Non sono oggetti, non sono esattamente leggi, non sono semplici doni. I testi le descrivono come i fondamenti operativi della civiltà, l'insieme dei principi e delle funzioni che rendono possibile la vita organizzata: la regalità, il sacerdozio, la scrittura, l'artigianato, la giustizia, la musica, la guerra, la sessualità, la menzogna, la verità. Nelle liste conservate se ne contano oltre cento.
Erano custodite a Eridu, da Enki.
Il racconto prosegue in modo sorprendentemente concreto. Inanna banchetta con Enki, che sotto l'effetto della bevanda le cede le me una dopo l'altra. Quando Enki torna lucido e si accorge di cosa ha ceduto, invia i propri emissari a intercettare la barca di Inanna per riprendersele. Non ci riesce. Le me arrivano a Uruk, e la civiltà si sposta con esse.
Al di là della vicenda narrativa, il punto rilevante è la premessa: la civiltà non nasce diffusamente, non emerge in più luoghi contemporaneamente. È custodita in un unico posto, sotto il controllo di un unico soggetto, e da lì si trasferisce.
Quel posto è Eridu.

Adapa: L'Uomo che Rifiutò la Vita Eterna

Torniamo ora ad Adapa, perché il racconto che lo riguarda ha una struttura che, per chi ha seguito il nostro percorso sulle origini dell'uomo, risulterà immediatamente familiare.
Il testo, conservato tra le tavolette di El-Amarna e in copie provenienti dalla biblioteca di Ninive, presenta Adapa come uomo di Eridu, sacerdote e servitore di Enki, dotato dal proprio dio di grande sapienza ma non di vita eterna.
Adapa provoca un incidente, spezzando l'ala del vento del sud, e viene per questo convocato al cospetto di Anu, il sovrano supremo, per rispondere del proprio operato. Prima della partenza Enki lo istruisce su come comportarsi durante l'udienza, e gli dà un avvertimento preciso: gli sarà offerto del cibo e dell'acqua, e non dovrà accettarli, perché portano la morte.
Adapa obbedisce. Si presenta davanti ad Anu, gli viene offerto del pane e dell'acqua, e li rifiuta.
Ma quel pane e quell'acqua erano il pane e l'acqua della vita. Rifiutandoli, Adapa perse l'immortalità, per sé e, secondo la lettura tradizionale del testo, per l'intera umanità.
La struttura è quella che conosciamo. Un uomo dotato di conoscenza ma privato della vita eterna. Un cibo che avrebbe cambiato la sua condizione. Un'istruzione ricevuta dalla divinità che lo aveva prodotto e che vegliava su di lui. E una perdita definitiva che non riguarda soltanto lui, ma tutta la sua specie.

Nel racconto di Adapa c'è però un elemento che complica il quadro, e che va riportato con onestà perché è oggetto di dibattito accademico da oltre un secolo.
Enki disse ad Adapa che quel cibo era mortale. Non lo era. Era esattamente il contrario.
Le interpretazioni proposte dagli studiosi si dividono in tre direzioni principali. Alcuni sostengono che Enki abbia deliberatamente ingannato Adapa per impedirgli di raggiungere lo stato divino, temendo le conseguenze di un uomo immortale, o volendo mantenere il proprio servitore al proprio fianco. Altri sostengono che Enki, non essendo presente nella corte di Anu, non potesse sapere cosa sarebbe stato realmente offerto, e abbia dato un consiglio prudenziale in buona fede, temendo un avvelenamento. Altri ancora leggono l'intero episodio come una prova voluta da Anu, in cui l'obbedienza di Adapa al proprio dio viene messa alla prova contro l'occasione della vita eterna.
Non esiste un consenso definitivo, e sarebbe scorretto presentarne uno.
Quello che resta, al netto delle interpretazioni, è la struttura del racconto. Un'umanità che ebbe la possibilità concreta di accedere alla vita eterna, e che non vi accedette. Un accesso mancato per un soffio, a causa di un'informazione che si rivelò diversa dalla realtà.
E il luogo in cui questa vicenda si radica, la città di appartenenza di Adapa, è Eridu.

L'Ipotesi del Giardino

Resta un'ultima questione, che diversi studiosi hanno sollevato nel corso del Novecento e che continua a essere discussa.
La Genesi colloca il giardino in Eden in una regione attraversata da quattro fiumi, due dei quali sono nominati esplicitamente e sono perfettamente identificabili: il Tigri e l'Eufrate. Non si tratta quindi di un luogo puramente simbolico, ma di un'area geografica che il testo stesso colloca in Mesopotamia.
Eridu si trovava presso la foce dell'Eufrate, in una zona lagunare, in un ambiente di acque abbondanti e vegetazione fluviale che contrastava nettamente con l'aridità circostante. La stessa parola sumerica edin indicava la pianura, la steppa, e alcuni studiosi hanno proposto un collegamento con il termine ebraico eden.
La linguistica semitica offre anche una spiegazione alternativa e più semplice, che collega eden a una radice che indica delizia o abbondanza.
Ma il quadro d'insieme resta suggestivo. Il testo biblico colloca l'origine dell'uomo in una regione fluviale mesopotamica. La tradizione sumerica colloca l'origine della civiltà in una città lagunare della stessa regione, fondata dal dio che produsse l'uomo, dove visse l'uomo che perse l'immortalità.
Due tradizioni, due nomi diversi, la stessa area geografica, la stessa struttura narrativa.
Se volete saperne di più su questo argomento, nella biblioteca occulta, nel Menù laterale, c'è un saggio inerente "L'Eden, il luogo che esisteva". 

Rimettendo insieme i pezzi, Eridu occupa una posizione precisa nella storia che stiamo ricostruendo.
È il primo insediamento stabile documentato dell'area, fondato su terreno vergine, in una posizione scelta e non ereditata. È la sede della prima regalità, che secondo la fonte più antica non nacque sulla terra ma vi discese. È la base operativa di Enki, la figura che in tutta la letteratura mesopotamica interviene concretamente sulla materia e sull'uomo. È il luogo in cui erano custodite le me, i fondamenti della civiltà, prima che venissero trasferiti altrove. È la città a cui è legato il primo dei sette sapienti venuti dall'acqua. Ed è la città di Adapa, l'uomo che ebbe la conoscenza ma non l'immortalità.
Diciotto templi sovrapposti nello stesso punto, per tremila anni, dicono qualcosa che nessun testo potrebbe dire meglio. Chi viveva in quella zona sapeva che quel punto specifico, e nessun altro, era il luogo di origine.
Non lo spostarono mai. Continuarono a ricostruire, generazione dopo generazione, esattamente sopra le fondamenta della piccola costruzione in mattoni crudi con cui tutto era cominciato.

Conclusione

La storia ufficiale colloca a Eridu la nascita dell'urbanizzazione mesopotamica, e non ha torto. È effettivamente uno dei primi luoghi al mondo in cui gli esseri umani abbandonarono la vita nomade per stabilirsi in modo permanente, costruire, organizzarsi in una comunità complessa.
Ma chi visse in quella regione e ne scrisse i documenti fondativi non lo raccontò in questi termini. Raccontò di una regalità discesa dall'alto e posatasi in quel punto preciso. Di un dio che vi stabilì la propria residenza sopra l'accesso alle acque profonde. Di due sovrani con durate di regno impossibili. Di sapienti emersi dall'acqua per insegnare agli uomini tutto ciò che sapevano. Di un archivio di funzioni civili custodito in un unico luogo e poi trasferito altrove. E di un uomo che vi ricevette la conoscenza, ma non la vita eterna.
Sotto la sabbia dell'Iraq meridionale resta un rilievo di mattoni crudi, diciotto volte ricostruito nello stesso identico punto.
Nessuno, per tremila anni, ritenne di poterlo spostare altrove.

Fonti e riferimenti

Lista Reale Sumerica, sezione antidiluviana, per la discesa della regalità a Eridu, i regni di Alulim e Alalngar e la successione delle cinque città precedenti il diluvio
Rapporti di scavo del sito di Tell Abu Shahrain, per la datazione all'inizio del periodo Ubaid, i diciotto templi sovrapposti, la necropoli e i depositi di lische di pesce nei livelli più antichi
Ziggurat incompiuta di Amar-Sin, databile intorno al 2047-2039 avanti Cristo, sovrapposta alla sequenza templare precedente
Mito di Adapa, frammenti di El-Amarna e copie provenienti da Ninive, per la vicenda del cibo della vita rifiutato
Berosso, Babyloniaca, frammenti conservati attraverso autori successivi, per la figura di Oannes
Inanna e Enki, per la custodia delle me a Eridu e il loro trasferimento a Uruk
Atrahasis e Enki e Ninmah, per il ruolo di Enki nella produzione dell'uomo
Genesi 2, per la collocazione del giardino nella regione del Tigri e dell'Eufrate


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