LA GABBIA DEL PARADIGMA DOMINANTE


Quando apriamo un libro di storia a scuola o guardiamo un documentario in televisione, abbiamo quasi sempre l'impressione di fare un viaggio dentro una serie di fatti certi e provati al cento per cento. Ci viene raccontato il passato dell'umanità come se fosse una strada dritta e chiara, costruita passo dopo passo da studiosi attenti che lavorano senza alcun pregiudizio. Siamo stati abituati a credere che la conoscenza della storia cresca in modo naturale e senza ostacoli, semplicemente aggiungendo una nuova scoperta dopo l'altra. Tuttavia, la realtà delle cose è molto diversa e decisamente più complessa. 
Chiunque si metta a studiare da vicino il modo in cui nasce e si diffonde il sapere si accorge presto che ogni epoca guarda al passato attraverso i propri occhiali personali. Questi occhiali sono fatti di idee diffuse, convinzioni del momento e condizionamenti di ogni tipo.
Quando ci si avvicina allo studio delle origini dell'uomo e delle prime grandi civiltà del pianeta, ci si imbatte quasi subito in una vera e propria gabbia di pensiero. Si tratta di uno schema rigido all'interno del quale ogni nuova scoperta deve entrare a tutti i costi. Se un reperto trovato sotto terra o un antico testo antico si adatta bene a quello che già si pensa di sapere, viene subito accettato ed evidenziato. Se invece quel reperto non corrisponde alla narrazione comune, finisce per essere ignorato, spiegato in modo frettoloso o bollato come un errore di poco conto. 
Questo atteggiamento non nasce da un complotto segreto organizzato da poche persone che vogliono nascondere la verità. Piuttosto, è il modo naturale in cui funzionano le grandi istituzioni e i gruppi di esperti, i quali tendono sempre a difendere le cose che hanno studiato e insegnato per una vita intera. Per capire bene come si crea questa gabbia e perché sia tanto difficile superarla, bisogna prima di tutto osservare come cambiano le idee nel mondo della scienza.
Negli anni sessanta del secolo scorso, un importante studioso di nome Thomas Kuhn ha spiegato in modo molto semplice ed efficace come funziona davvero il mondo scientifico. Prima di lui si pensava che la scienza andasse avanti aggiungendo ogni giorno un mattoncino sopra l'altro in modo calmo e regolare. Kuhn ha dimostrato che le cose non stanno affatto così. Gli esperti di ogni epoca lavorano sempre dentro una grande cornice di riferimento che viene chiamata paradigma. Il paradigma è l'insieme di tutte le teorie, le regole e le idee che la comunità degli studiosi considera valide e fuori discussione in un determinato momento storico.
Durante i lunghi periodi di lavoro ordinario, che Kuhn chiama scienza normale, i ricercatori non cercano di scoprire cose del tutto nuove o di mettere in discussione le basi del loro lavoro. Il loro unico obiettivo è risolvere i piccoli problemi e i dubbi che rimangono dentro i confini del modello già accettato. Quando durante una ricerca salta fuori un fatto strano o un reperto che smentisce la teoria ufficiale, la reazione immediata del gruppo non è mai quella di buttare via la vecchia teoria. La primissima cosa che gli esperti fanno è cercare una scusa o una spiegazione secondaria per fare rientrare a forza quel dato strano dentro le regole vecchie. In alternativa, si preferisce dire che chi ha fatto la scoperta si è sbagliato, oppure che gli strumenti usati non erano affidabili. Soltanto quando i fatti strani e inspiegabili diventano troppi e non si possono più nascondere sotto il tappeto, la comunità degli esperti entra in crisi. È solo in quel momento che può nascere una vera rivoluzione capace di cambiare il vecchio paradigma con uno nuovo. Questo processo è già molto lento nelle scienze come la fisica o la chimica, ma diventa ancora più difficile e faticoso quando si parla di storia ed archeologia. Nel campo della storia non è possibile fare esperimenti in laboratorio per verificare le cose, ma si può solo cercare di interpretare le poche tracce rimaste di un passato che non c'è più.
Il modo in cui è organizzata la ricerca universitaria moderna rende ancora più rigida questa situazione. Negli ultimi due secoli gli studi storici si sono organizzati in modo molto severo e preciso, e questo ha portato vantaggi innegabili per la catalogazione dei dati. Allo stesso tempo, però, ha trasformato la ricerca in un ambiente fortemente chiuso e cauto. Chi lavora dentro le università o nei musei fa parte di un sistema molto gerarchico, dove la carriera dipende dall'approvazione degli altri colleghi più importanti. Per pubblicare un libro, per ottenere i soldi necessari a fare uno scavo archeologico o per diventare professore, bisogna per forza ricevere il consenso degli esperti del settore.
In un ambiente di questo tipo, seguire le idee ufficiali diventa quasi una scelta obbligata per potersi garantire un lavoro sicuro. Chi prova a proporre spiegazioni del tutto diverse dal solito o decide di dedicare il proprio tempo a studiare reperti che mettono in dubbio la cronologia ufficiale rischia di trovarsi subito isolato. Può perdere i fondi per la ricerca e vedere il proprio nome ridicolizzato dagli altri studiosi. In questo modo la gabbia delle idee ufficiali si protegge da sola e continua a funzionare sempre allo stesso modo. Il sistema accademico premia chi continua sulla strada già battuta e punisce chi prova a uscire dai binari. Si crea così un giro chiuso dove solo le ricerche allineate con il pensiero comune ricevono il bollino di validità scientifica. Di conseguenza, le spiegazioni diverse vengono spesso scartate a prescindere, ancora prima che qualcuno si prenda il tempo di esaminarle con la dovuta attenzione e senza pregiudizi.
L'archeologia è senza dubbio uno dei campi dove si vede meglio quanto possa essere rigido il pensiero ufficiale. La terra sotto i nostri piedi nasconde tantissime testimonianze delle popolazioni antiche, ma il modo in cui capiamo e raccontiamo questi oggetti dipende interamente dalle convinzioni di chi fa lo scavo. La narrazione archeologica più diffusa ci dice che l'uomo ha iniziato il suo cammino partendo da uno stato del tutto semplice e selvaggio. Secondo questa idea, i nostri antenati sono stati a lungo cacciatori e raccoglitori, poi hanno imparato a coltivare la terra e solo alla fine hanno iniziato a costruire le prime città organizzate.
Ogni volta che gli scavi portano alla luce enormi costruzioni in pietra, oggetti finissimi o prove di conoscenze matematiche e astronomiche avanzate in epoche in cui l'uomo avrebbe dovuto vivere dentro le caverne, la reazione del sistema ufficiale è sempre la stessa. Si tende a sminuire la portata di quelle scoperte. Gli edifici più complessi e difficili da spiegare vengono subito classificati come semplici luoghi di preghiera o come tombe, senza spiegare davvero come abbiano fatto uomini considerati primitivi a realizzare opere così imponenti. Se la datazione di un sito contrasta in modo netto con la cronologia ufficiale, la reazione è di grande diffidenza verso le tecniche di misurazione usate. Al contrario, quando una datazione conferma quello che si pensava già, viene accettata senza alcuna esitazione. In questo modo le scoperte scomode vengono isolate ed eliminate dal dibattito principale. Agli occhi del pubblico diventano soltanto storie strane o eccezioni senza troppa importanza, invece di diventare il punto di partenza per rivedere le nostre idee sul passato.
La stessa cosa accade con la lettura e lo studio dei testi scritti arrivati fino a noi dall'antichità. Le tavolette di argilla della Mesopotamia, le storie scritte sui papiri egizi, i vecchi libri dell'India e i racconti tramandati a voce dalle popolazioni indigene di tutto il mondo sono pieni di dettagli precisi. Parlano di tempi lontanissimi, di grandi alluvioni che hanno distrutto il mondo e di esseri speciali arrivati da fuori che avrebbero insegnato all'uomo le basi della vita civile, come la lavorazione dei metalli e l'agricoltura.
La maggior parte degli studiosi moderni tende a leggere questi testi antichi soltanto come invenzioni della fantasia, favole religiose o racconti inventati dai re del tempo per farsi rispettare dal popolo. Qualsiasi passaggio che descrive fatti straordinari viene subito considerato come un modo poetico per spiegare i temporali, le eclissi o gli altri fenomeni della natura che gli antichi non capivano. È del tutto vero che nei testi antichi ci sono molte metafore e simboli, ma rifiutare a prescindere il valore reale di questi racconti rischia di farci perdere informazioni preziose. È del tutto possibile che le popolazioni del passato abbiano cercato di raccontare fatti storici veri usando le parole e i modi di dire che avevano a disposizione. Potrebbero aver descritto eventi realmente accaduti che la scienza di oggi non vuole prendere in considerazione semplicemente perché non entrano nella cronologia ufficiale. Rifiutare a priori la possibilità che i racconti antichi dicano la verità significa avere un pregiudizio che rende più povera la nostra conoscenza della storia.
Un altro punto molto delicato riguarda il modo in cui vengono tradotte le lingue antiche. Riuscire a leggere la scrittura cuneiforme o i geroglifici è stata una conquista bellissima della mente umana, ma anche in questo campo le idee dominanti giocano un ruolo enorme. Tradurre una frase da una lingua morta a una lingua moderna non è mai un lavoro meccanico come quello di un calcolatore. Il traduttore deve sempre scegliere il significato migliore da dare a parole che spesso avevano più sensi diversi.
Nel compiere questa scelta, lo studioso viene inevitabilmente influenzato da quello che ha studiato e dalle idee della sua epoca. Se in un testo antico si trova una parola che potrebbe indicare un oggetto tecnologico o un concetto troppo avanzato per quel periodo, il traduttore sceglierà quasi sempre il significato più semplice e innocuo, così da non creare problemi con la teoria ufficiale. Nel corso degli anni questo modo di fare ha creato un blocco di traduzioni classiche che nessuno si permette più di discutere. Se oggi un ricercatore propone di tradurre un testo mesopotamico o egizio in modo diverso, mostrando che la nuova traduzione ha perfettamente senso o rivela conoscenze inaspettate, viene subito criticato e accusato di non conoscere bene la grammatica antica. In questo modo tra il testo originale e chi legge oggi si crea un vero e proprio muro. La traduzione ufficiale finisce per non essere più una finestra aperta sul passato, ma un filtro che continua a ripetere le solite vecchie convinzioni.
Per capire da dove nasce questa forte resistenza al cambiamento da parte del mondo accademico, bisogna considerare le idee filosofiche che hanno guidato la nostra società negli ultimi secoli. Il modo di pensare di oggi si basa molto sull'idea che la storia umana sia una linea retta che va sempre verso l'alto. È la convinzione che l'umanità sia partita da un punto di totale ignoranza per arrivare gradualmente a livelli sempre più alti di scienza, tecnologia e benessere.
Secondo questa visione delle cose, la nostra società moderna rappresenta il punto più alto e progredito mai raggiunto da quando esiste l'uomo. Accettare anche solo come semplice ipotesi che moltissimo tempo fa potessero esistere civiltà molto avanzate, crollate o cancellate da improvvisi disastri naturali, vorrebbe dire rompere l'idea che il progresso vada sempre avanti senza fermarsi mai. Vorrebbe dire accettare che la storia umana può essere fatta di grandi salti in avanti ma anche di terribili cadute all'indietro. Per la mentalità corrente si tratta di un'idea molto difficile da mandar giù, perché toglierebbe all'uomo moderno il vanto di essere il vertice assoluto dell'evoluzione. A tutto questo si aggiunge la vecchia abitudine di considerare poco affidabili i racconti dei popoli lontani dalla cultura europea, trattando le loro memorie storiche come semplici favole di gente primitiva.
Un altro ostacolo importante che rafforza la gabbia delle teorie ufficiali è l'estrema divisione dei compiti all'interno delle università. Oggi la conoscenza è divisa in tanti piccoli settori chiusi che comunicano pochissimo tra di loro. Gli archeologi parlano solo con gli archeologi, i geologi lavorano per conto loro, gli esperti di lingue antiche non incontrano quasi mai gli astronomi o i matematici. Ognuno usa termini tecnici molto stretti e si concentra su un pezzetto minuscolo di realtà.
Questa grande separazione rende quasi impossibile fare delle sintesi generali, che sarebbero invece l'unico modo per risolvere i dubbi più grandi. Molti misteri del passato rimangono senza risposta proprio perché per capirli bisognerebbe mettere insieme scienze diverse. Quando un geologo trova segni evidenti di pioggia intensa e prolungata su monumenti che gli storici dicono essere stati costruiti in zone dove non piove da tempi immemorabili, la reazione immediata degli storici è di chiudere la porta e ignorare l'opinione del geologo. Invece di cogliere l'occasione per lavorare insieme e unire le forze, l'ambiente accademico preferisce difendere il proprio territorio e rifiutare l'aiuto delle scienze della terra o dell'astronomia. {{reperto}}
Alla fine di questa riflessione è bene chiarire un concetto fondamentale per evitare qualsiasi fraintendimento. Mettere in discussione la rigidità delle teorie ufficiali non significa affatto credere a qualsiasi storia fantastica o dimenticare il valore delle prove e della precisione scientifica. Al contrario, criticare la chiusura mentale significa ritrovare il senso più vero e profondo della ricerca della verità. La vera scienza non si basa su regole fisse che non si possono toccare, ma si nutre proprio del dubbio costante, della curiosità e della disponibilità a cambiare idea quando arrivano dati nuovi e convincenti.
La storia della Terra e dell'uomo non è un libro già chiuso da conservare in una bacheca impolverata, ma è un cantiere aperto che richiede continua attenzione e il coraggio di guardare le cose da punti di vista differenti. L'invito per chiunque voglia esplorare il passato è quello di mantenere sempre la propria testa libera da condizionamenti, imparando a distinguere quello che è stato trovato davvero sul terreno da tutte le teorie narrative che ci sono state ricamate sopra. Non bisogna avere paura dei dubbi e non ci si deve accontentare delle risposte pronte solo perché arrivano da fonti famose o autorevoli. Continuare a farsi domande, cercare con pazienza e mantenere vivo l'interesse verso quello che ancora non conosciamo è l'unico modo reale per avvicinarci a capire chi siamo stati e da dove veniamo veramente.


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