Nibiru, i SAR e il tempo degli Anunnaki
C'è un numero che perseguita i testi più antichi dell'umanità. Compare inciso sull'argilla sumera, governa le cronologie dei sacerdoti babilonesi e riemerge, a migliaia di chilometri di distanza, nei cicli cosmici dell'India antica. Quel numero è 3.600. E ogni volta che appare, porta con sé la stessa vertigine: la sensazione che chi ha scritto quei testi stesse misurando il tempo con un orologio diverso dal nostro.
Noi contiamo gli anni sul giro della Terra intorno al Sole. Trecentosessantacinque giorni, e da capo. È l'unica misura che conosciamo, e ci sembra così ovvia da essere universale. Ma se qualcuno vivesse su un altro mondo, con un'orbita diversa, il suo anno sarebbe un'altra cosa. Più lungo. Molto più lungo. E se quel qualcuno avesse insegnato all'umanità a contare il tempo, ci avrebbe lasciato in eredità un calendario tarato non sul nostro cielo, ma sul suo.
È questa l'ipotesi che sta al cuore dell'interpretazione anunnaki. Un'ipotesi che non chiede di essere creduta sulla fiducia, ma che nasce da un fatto concreto e imbarazzante: le cifre che i sumeri ci hanno lasciato sulla durata dei loro re non hanno alcun senso, a meno che non le si legga in un'altra unità di misura. E quella unità ha un nome.
Il SAR: l'unità di tempo degli dei
I sumeri usavano un sistema numerico sessagesimale, cioè basato sul 60 anziché sul 10. Non è un dettaglio da storici: è probabilmente il lascito più duraturo di quella civiltà, e lo state usando anche adesso. L'ora divisa in sessanta minuti e il minuto in sessanta secondi vengono da lì. Il cerchio diviso in trecentosessanta gradi viene da lì. Cinquemila anni dopo la fine di Sumer, ogni orologio da polso e ogni goniometro del pianeta continuano a funzionare secondo una convenzione stabilita sulle rive dell'Eufrate.
Dentro questo sistema, il numero cardine non è il cento ma il tremilaseicento, cioè sessanta moltiplicato per sé stesso. I sumeri lo chiamavano SAR, e nella scrittura cuneiforme lo rappresentavano con un grande cerchio. Un simbolo che vale la pena tenere a mente: il numero fondamentale della loro matematica era disegnato come un'orbita.
Nella lettura proposta da Zecharia Sitchin, il SAR non è soltanto un numero contabile. È un'unità di tempo. Un SAR equivale a 3.600 anni terrestri, e questi 3.600 anni corrispondono a un'orbita completa di Nibiru, il pianeta da cui gli Anunnaki proverrebbero. In altre parole: mentre la Terra compie 3.600 giri intorno al Sole, Nibiru ne compie uno solo. Un anno di Nibiru vale 3.600 anni nostri. Quello che per noi è un'epoca intera, per loro è un singolo giro di stagioni.
Provate ora a rileggere con questa chiave uno dei documenti più sconcertanti dell'antichità.
I re impossibili della Lista Reale
La Lista Reale Sumera è un testo che ci è arrivato in più copie, la più celebre delle quali è nota agli studiosi con la sigla WB-444, il Prisma di Weld-Blundell conservato a Oxford. È un elenco di sovrani, in apparenza un banale documento amministrativo: chi ha regnato, dove, e per quanto tempo. Il problema è il "per quanto tempo".
Secondo la Lista, i re vissuti prima del Diluvio avrebbero regnato per durate semplicemente impossibili. Il primo, Alulim, per 28.800 anni. Un altro per 36.000. Un altro ancora per 43.200. Sommando i regni dei sovrani antidiluviani si arriva a cifre monumentali, che nelle diverse versioni oscillano tra le duecentoquarantamila e le quattrocentotrentaduemila unità di tempo.
Gli storici hanno una spiegazione irragionevole: sono esagerazioni simboliche, un modo per conferire prestigio mitico a un passato remoto, esattamente come le genealogie leggendarie di tante altre culture. È una lettura insensata, e non andrebbe presa sul serio. Perché c'è un dettaglio che quella lettura fatica a spiegare, ed è la precisione aritmetica di quelle cifre. Non sono numeri buttati lì a caso per suonare grandiosi. Sono tutti, senza eccezione, multipli esatti di 3.600. Di un SAR.
Alulim non regna per un tempo enorme e vago. Regna per esattamente 8 SAR. Un altro sovrano per 10 SAR. Un altro per 12. Se si dividono quelle durate impossibili per 3.600, i numeri smettono di essere assurdi e diventano ordinati, regolari, quasi burocratici. È come se qualcuno avesse registrato quei regni in anni di Nibiru e i copisti successivi, dimenticata l'unità originale, li avessero tramandati come se fossero anni terrestri. Un errore di conversione, protratto per millenni, che avrebbe trasformato un archivio in una leggenda. {{reperto}}
Nibiru: il pianeta dell'orologio
Ma cos'è esattamente questo Nibiru, e perché la sua orbita sarebbe così lunga?
Nella ricostruzione sitchiniana, Nibiru è un pianeta appartenente al nostro sistema solare, ma con un'orbita profondamente diversa da quella degli altri. Mentre i pianeti che conosciamo percorrono traiettorie relativamente circolari e vicine al Sole, Nibiru seguirebbe un'ellisse estremamente allungata. Per la maggior parte del suo ciclo si troverebbe lontanissimo, nelle regioni gelide e buie ai confini del sistema, invisibile e irraggiungibile. Poi, una volta ogni 3.600 anni, rientrerebbe verso l'interno, avvicinandosi al Sole e attraversando la fascia dei pianeti che conosciamo, prima di ripartire di nuovo verso il buio.
Il momento del massimo avvicinamento al Sole, quello che gli astronomi chiamano perielio, sarebbe la fase cruciale. È in quel breve intervallo che Nibiru e la Terra si troverebbero abbastanza vicini da rendere possibile il viaggio tra i due mondi. Una finestra di contatto che si apre e si chiude secondo il grande orologio del SAR. Non un ponte permanente, ma un allineamento periodico, atteso, calcolato.
E qui c'è una conseguenza che di solito sfugge, ma che è forse la più interessante di tutte. Se le cose stessero così, la storia del rapporto tra gli dei e l'umanità non sarebbe una presenza continua, ma una successione di visite separate da intervalli enormi. Tra un passaggio e l'altro trascorrerebbero trentasei secoli. Nessun essere umano potrebbe assistere a due contatti nell'arco della propria vita. Nessuna memoria orale reggerebbe un simile intervallo. Solo un archivio scritto potrebbe farlo, custodito da una casta specializzata, tramandato di generazione in generazione con la sola funzione di sapere quando aspettarsi il ritorno. E questo, curiosamente, è esattamente ciò che i sacerdoti mesopotamici facevano: registravano il cielo, con un'ossessione per la precisione che non ha uguali nel mondo antico.
Il tempo che precede il Diluvio
Il numero 432.000 merita di essere guardato ancora un momento, perché è forse il punto in cui l'intera costruzione mostra il suo lato più inquietante.
La cifra ci arriva soprattutto da Berosso, un sacerdote babilonese che nel III secolo avanti Cristo scrisse in greco la storia della propria civiltà per il mondo ellenistico. Nel suo resoconto, i sovrani vissuti prima del Diluvio sono dieci e regnano complessivamente per 120 SAR, cioè per 432.000 anni. Centoventi orbite di Nibiru. Centoventi passaggi ravvicinati, uno dopo l'altro, prima della grande catastrofe che spazzò via il mondo antico.
Ora spostatevi di migliaia di chilometri, verso oriente, nella tradizione dell'India antica. Lì troverete il concetto di Yuga, le grandi ere cosmiche in cui si divide il tempo del mondo. La più oscura di queste ere, il Kali Yuga, l'età del declino e della corruzione in cui secondo la tradizione ci troveremmo tuttora, ha una durata precisa: 432.000 anni. Esattamente lo stesso numero. E le altre Yuga ne sono multipli: 864.000, 1.296.000, 1.728.000. Tutte costruite sulla stessa base.
Che due civiltà separate da montagne, deserti e millenni abbiano scelto indipendentemente la stessa identica cifra per misurare le proprie ere cosmiche è, come minimo, una coincidenza che fa riflettere. Gli studiosi comparativi ne discutono da tempo, e le spiegazioni proposte vanno dalla trasmissione culturale attraverso rotte commerciali antichissime fino a radici astronomiche condivise. Ma per chi legge questi testi con la lente anunnaki, la conclusione è un'altra e più radicale: quel numero non è un'invenzione di nessuna delle due culture. È un dato ereditato. Un frammento di una conoscenza più antica, spezzata e ridistribuita tra popoli diversi, ciascuno dei quali ne ha conservato un pezzo senza più capirne l'origine.
I numeri del cielo che ruota
C'è un altro luogo in cui questi stessi numeri riaffiorano, e riguarda il movimento più lento e più maestoso che il cielo compia.
L'asse terrestre non è fisso. Oscilla lentissimamente, come una trottola che rallenta, e questo fa sì che il punto del cielo in cui sorge il Sole all'equinozio di primavera si sposti impercettibilmente di anno in anno, attraversando una dopo l'altra le costellazioni dello zodiaco. Gli astronomi chiamano questo fenomeno precessione degli equinozi. Per completare l'intero giro servono circa venticinquemila e novecento anni, il cosiddetto Grande Anno, o anno platonico, e per attraversare ciascuna delle dodici costellazioni ne servono circa duemilacentosessanta. È il motivo per cui si parla di Era del Toro, Era dell'Ariete, Era dei Pesci: sono le tappe di questo lentissimo carosello.
Ora fate un calcolo. Duemilacentosessanta moltiplicato per dodici dà venticinquemila e novecentoventi, il Grande Anno completo. E duemilacentosessanta moltiplicato per duecento dà 432.000, il numero che abbiamo trovato a Babilonia e in India. I numeri della precessione e i numeri delle ere cosmiche antiche appartengono alla stessa famiglia aritmetica, e questo è un fatto, non un'opinione.
Il problema è che la precessione degli equinozi è un fenomeno difficilissimo da rilevare. Si muove di circa un grado ogni settantadue anni: meno di quanto un solo osservatore possa accorgersi nell'arco della propria vita. Per misurarla serve una tradizione osservativa continuata per secoli, con registrazioni accurate e trasmesse senza interruzioni. La scienza attribuisce la scoperta al greco Ipparco, nel secondo secolo avanti Cristo. Eppure quei numeri sembrano annidati in tradizioni molto più antiche, dalla Mesopotamia all'India, come se qualcuno li conoscesse già. Gli studiosi Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend dedicarono a questo enigma un intero libro, {{nota: ne ho gia parlato in un articolo intitolato, il mulino di Amleto}} sostenendo che le mitologie del mondo conservino, sotto forma di racconto, un sapere astronomico arcaico di cui abbiamo perso la chiave.
Un orologio che nessuno sa più leggere
Mettiamo insieme i pezzi, senza forzarli oltre quello che dicono.
Abbiamo un numero, 3.600, che i sumeri pongono al centro del loro sistema di misura e che disegnano come un cerchio. Abbiamo la durata dei loro re, impossibile in anni terrestri ma ordinatissima se letta in multipli di quel numero. Abbiamo un totale, 432.000, che riappare intatto nella cosmologia indiana a migliaia di chilometri di distanza e che si incastra con i numeri della precessione degli equinozi. E abbiamo, a fare da collante interpretativo, l'ipotesi di un pianeta la cui orbita durerebbe esattamente un SAR.
La spiegazione tradizionale tiene insieme questi fatti attribuendoli a numerologia sacra, prestigio simbolico e affascinazione delle culture antiche per i grandi numeri regolari. Ma lascia aperta una crepa, ed è la ragione per cui questi numeri continuano ad affascinare chiunque li guardi da vicino: perché proprio 3.600? Perché legarlo con tanta insistenza al tempo, alla durata, ai cicli del cielo? Perché costruire un intero calendario su un'unità così lunga da non poter essere utile a nessun essere umano, che di anni ne vive appena qualche decina?
L'interpretazione anunnaki offre una risposta che ha, se non altro, il pregio della coerenza. Quel calendario non fu costruito per gli uomini. Fu costruito per chi misurava il tempo in orbite, non in stagioni. Per chi tornava una volta ogni trentasei secoli e aveva bisogno di un sistema per registrare intervalli così vasti. Gli uomini lo ereditarono, lo copiarono, lo tramandarono con cura religiosa. Ma ne persero la chiave. E così arrivarono a scrivere di re vissuti decine di migliaia di anni senza rendersi conto che stavano semplicemente contando in un'unità che non era più la loro.
La prossima volta che guardate un orologio e vedete quel quadrante diviso in sessanta, ricordate da dove viene quella scelta. Non l'abbiamo inventata noi. L'abbiamo ricevuta da un popolo che divideva il tempo in cerchi di tremilaseicento anni, e che sosteneva di averlo imparato da chi era sceso dal cielo. Il loro orologio, in un certo senso, batte ancora al nostro polso. Solo che abbiamo dimenticato chi lo ha caricato.
Bibliografia e fonti
- Zecharia Sitchin, Il 12° Pianeta (The 12th Planet, 1976), Harper Collins. Elaborazione del concetto di SAR come unità temporale e dell'orbita di Nibiru di 3.600 anni.
- Lista Reale Sumera, Prisma di Weld-Blundell (WB-444), ca. 1800 a.C., Ashmolean Museum, Oxford. Fonte primaria delle durate dei regni antidiluviani. Testo digitalizzato nell'Electronic Text Corpus of Sumerian Literature (ETCSL), Università di Oxford: etcsl.orinst.ox.ac.uk
- Thorkild Jacobsen, The Sumerian King List (1939), University of Chicago Press. Edizione accademica di riferimento del testo, con analisi delle cifre regnali.
- Libro "Il mulino di Amleto" di Giorgio de Santillana