DISEGNI PER CHI GUARDAVA DAL CIELO
Immaginate di camminare in uno dei deserti più aridi della Terra, nel sud del Perù, tra le Ande e l'Oceano Pacifico. Sotto i piedi avete un terreno piatto, coperto di sassi rossastri, che si stende a perdita d'occhio. A un certo punto notate un solco poco profondo, largo come un sentiero. Lo seguite. Curva, poi torna dritto, poi curva ancora. Dopo mezz'ora di cammino non avete la minima idea di cosa stiate percorrendo. Sapete solo che qualcuno, tanto tempo fa, ha tracciato quella linea con cura.
Ora salite su un piccolo aereo e alzatevi di qualche centinaio di metri. Sotto di voi quel solco si trasforma. È un colibrì con le ali aperte, lungo quasi cento metri. Poco più in là c'è una scimmia con la coda arrotolata a spirale, un ragno, un condor, una balena. E tutto intorno corrono linee perfettamente dritte per chilometri, triangoli e trapezi giganteschi che sembrano tracciati con il righello.
È questo il paradosso di Nazca, ed è il motivo per cui da quasi un secolo quelle figure non smettono di tormentare chi le studia. Sono disegni pensati per essere visti dall'alto. Eppure chi li ha tracciati, duemila anni fa, per quanto ne sappiamo non si è mai sollevato da terra. Per chi erano fatti, allora? Per rispondere bisogna prima capire cosa c'è davvero in quel deserto. Poi ascoltare le tre grandi risposte che sono state date. E alla fine guardare una scoperta recentissima, che ha riaperto la questione proprio quando sembrava chiusa.
Le linee si trovano sulla Pampa di Nazca, un altopiano desertico di circa quattrocento chilometri quadrati tra le città di Nazca e Palpa. Furono tracciate in gran parte dalla cultura Nazca, una civiltà fiorita sulla costa meridionale del Perù in un arco che va grosso modo dal 500 avanti Cristo al 500 dopo Cristo, cioè negli stessi secoli in cui Roma costruiva il suo impero dall'altra parte del mondo. Dal 1994 sono patrimonio mondiale dell'UNESCO.
La tecnica è semplice solo in apparenza. Il suolo della pampa è coperto da uno strato di pietre scurite dall'ossido di ferro, una specie di ruggine naturale che col tempo le ha colorate di bruno rossastro. Sotto questo strato c'è un terreno molto più chiaro, giallo grigiastro. I Nazca spostavano le pietre scure ai lati, scoprendo il terreno chiaro per una profondità di pochi centimetri, dai dieci ai trenta. Il risultato è un solco chiaro che risalta sul fondo scuro, come un tratto di gesso su una lavagna.
Che quei solchi siano sopravvissuti per due millenni sembra quasi un miracolo, ma ha una spiegazione. Su quella pampa piove pochissimo, in certi anni quasi mai, e il vento a livello del suolo è debole. Nulla cancella ciò che viene tracciato. Un gesto compiuto duemila anni fa resta lì, intatto, come se fosse stato fatto ieri.
Le figure si dividono in due grandi famiglie. Da una parte ci sono i disegni di animali e piante, come il colibrì, la scimmia, il ragno e il pellicano, alcuni lunghi oltre trecento metri. Dall'altra ci sono le forme geometriche, cioè linee rette, spirali, triangoli e trapezi, che sono di gran lunga le più numerose. Alcune linee corrono dritte per chilometri, superando dossi e avvallamenti senza deviare, con una precisione che impressiona chiunque le guardi dall'alto.
C'è poi un dettaglio che molti trascurano. Parecchie figure di animali sono formate da un'unica linea continua, che parte da un punto, disegna l'intero corpo e torna vicino all'inizio senza mai incrociarsi. Il colibrì è fatto così. Come se il disegno non fosse soltanto una cosa da guardare, ma anche una cosa da percorrere.
Per secoli nessuno ci fece caso. Nel 1927 l'archeologo peruviano Toribio Mejía Xesspe le notò camminando sulla pampa e ne intuì l'importanza. Ma fu soprattutto negli anni Trenta, quando i primi voli cominciarono a passare sopra quel deserto, che i piloti videro apparire sotto di sé quelle forme enormi. Le linee di Nazca, in un certo senso, sono state scoperte dal cielo. Esattamente dal punto di vista per cui sembrano pensate.
LA DONNA CHE MISURÒ IL DESERTO
La prima grande risposta al mistero arriva nel 1941, e ha una data precisa. Il 22 giugno di quell'anno, giorno del solstizio d'inverno nell'emisfero australe, lo storico americano Paul Kosok si trovava sulla pampa al tramonto. Mentre osservava una delle lunghe linee rette, si accorse che il sole stava calando esattamente in fondo a essa, come se la linea fosse stata tracciata per indicare quel punto dell'orizzonte in quel giorno dell'anno. Kosok ne fu folgorato. Da quel momento considerò Nazca un immenso calendario, e la definì il più grande libro di astronomia del mondo.
A raccogliere quell'intuizione e a farne la missione di una vita fu una sua collaboratrice, Maria Reiche, una matematica tedesca arrivata in Perù negli anni Trenta. Reiche rimase legata a quel deserto per oltre cinquant'anni. Misurava le linee a mano, con corde e paletti, calcolandone gli angoli uno per uno. Viveva in modo spartano, e per rendere di nuovo visibili i tracciati sbiaditi li spazzava con una scopa, metro dopo metro, sotto il sole.
Fu anche la loro più strenua protettrice. Quando la strada Panamericana venne costruita attraverso la pampa, tagliò in due una delle figure, la lucertola, che ancora oggi porta quella ferita. Reiche passò decenni a combattere contro strade, coltivazioni e turismo incontrollato, spendendo i propri risparmi per pagare dei guardiani. Se oggi possiamo ancora vedere le linee, lo dobbiamo in buona parte a lei. Morì nel 1998, dopo più di mezzo secolo passato a difendere quel deserto.
Secondo Reiche, molte linee erano allineate con il sorgere e il tramontare del sole e di certe stelle nei momenti chiave dell'anno, e alcune figure di animali potevano rappresentare costellazioni. In una società agricola, sapere con esattezza quando sarebbe arrivata la stagione dell'acqua era questione di vita o di morte, e un calendario scolpito nel suolo avrebbe avuto un senso pratico enorme. La teoria però incontrò presto i suoi limiti. Alla fine degli anni Sessanta l'astronomo Gerald Hawkins verificò gli allineamenti con l'aiuto di un computer e trovò che solo una parte delle linee puntava verso eventi celesti rilevanti, in una proporzione non molto diversa da quella che si otterrebbe tracciando linee a caso. Qualche linea astronomica forse c'era. Ma il calendario non spiegava tutto.
L'ACQUA, IL SENTIERO E IL RITO
La seconda grande risposta parte da una domanda molto concreta. Qual era la preoccupazione principale di chi viveva in quel deserto? La risposta è una sola, l'acqua.
L'antropologo americano Johan Reinhard, che ha passato anni a studiare i culti delle montagne andine, propose negli anni Ottanta di leggere le linee in questa chiave. Nel mondo andino le montagne erano considerate le padrone dell'acqua, perché da lì scendevano i fiumi e lì si formavano le nuvole. Molte linee e molti trapezi, notò Reinhard, sembrano orientati verso le montagne, verso i corsi d'acqua o verso le zone da cui l'acqua arrivava. Le linee sarebbero state dunque a suo dire sentieri sacri, percorsi a piedi in processione durante rituali per invocare la pioggia e la fertilità. E questo spiegherebbe anche il dettaglio curioso della linea unica e continua. Il colibrì non andava soltanto guardato. Andava camminato, come un pellegrino percorre un labirinto.
I Nazca, del resto, erano maestri dell'acqua. Costruirono i puquios, canali sotterranei che captano le falde e le portano verso la superficie attraverso pozzi a spirale, così ben progettati che alcuni funzionano ancora oggi. Un popolo capace di un'ingegneria idraulica di questo livello poteva benissimo aver organizzato il proprio paesaggio sacro attorno all'acqua.
A pochi chilometri dalle linee sorge Cahuachi, un grande centro cerimoniale fatto di piramidi e piattaforme di mattoni crudi. Per decenni vi ha scavato un archeologo italiano, Giuseppe Orefici, che ne ha ricostruito la funzione. Cahuachi non sembra una città abitata in modo stabile, ma un luogo di pellegrinaggio, dove la gente arrivava da tutta la regione in occasione delle grandi cerimonie. Le linee, in questa prospettiva, farebbero parte di un unico sistema rituale che univa il santuario al deserto circostante.
È una teoria a mio avviso abbastanza ridicola, e non tiene insieme molti elementi. E lascia aperta la stessa domanda del calendario. Se le linee erano sentieri da percorrere, perché dare loro forme che si capiscono soltanto dall'alto? Per camminare in processione basta un sentiero. Non serve che quel sentiero, visto da cento metri di altezza, diventi un colibrì perfetto.
La spiegazione del rituale e delle cerimonie e la spiegazione preferita dal paradigma ufficiale, come se gli antichi pensassero solo a quello.
SEGNALI RIVOLTI AL CIELO
È proprio in questa crepa che si inserisce la terza risposta, la più famosa e la più discussa, e proprio per questo forse, la più logica.
Nel 1968 lo scrittore svizzero Erich von Däniken pubblicò un libro destinato a cambiare per sempre il modo in cui il grande pubblico guardava all'archeologia. Tra i molti misteri che vi raccoglieva c'erano anche le linee di Nazca, e la sua proposta era tanto semplice quanto dirompente. Se quei disegni si leggono solo dal cielo, forse erano fatti per qualcuno che stava in cielo. Le lunghe linee rette e i trapezi gli ricordavano le piste di un aeroporto. Le figure di animali sembravano messaggi, segnali rivolti a visitatori che arrivavano dall'alto.
Con il tempo l'immagine delle piste di atterraggio è passata in secondo piano, e il cuore dell'ipotesi si è spostato altrove. Non conta tanto che fossero piste. Conta che fossero indirizzate verso l'alto. E su questo punto le figure parlano da sole.
Sul fianco di una collina, affacciata sulla pampa, c'è una figura di circa trenta metri che è diventata celebre con il nome di Astronauta. Ha una testa rotonda con due grandi occhi, un braccio alzato come in un saluto e un corpo che sembra avvolto in una tuta. Gli archeologi la interpretano come una figura umana o come un essere simile a un gufo, e il nome le è stato dato in epoca moderna. Ma chiunque la veda per la prima volta prova la stessa sensazione di stranezza. E non è l'unica presenza enigmatica. Nella ceramica e nei tessuti dei Nazca compare di continuo una creatura che gli studiosi chiamano l'essere mitico antropomorfo, metà uomo e metà animale, spesso raffigurata in posizione orizzontale, come se stesse volando.
Negli anni Ottanta il ricercatore americano Joe Nickell mostrò che una figura come il condor poteva essere riprodotta sul terreno con strumenti semplicissimi, pochi paletti e qualche corda, partendo da un piccolo disegno e ingrandendolo per punti. È una dimostrazione importante, e risolve il problema del come. I Nazca non avevano bisogno di volare per tracciare quelle figure. Ma il come non è il perché. Sapere che si può disegnare un condor enorme senza vederlo non spiega perché qualcuno abbia voluto disegnarlo proprio così, a una scala che nessuno sulla terra avrebbe mai potuto apprezzare per intero. Chi lavora tanto per un'immagine che nessun occhio umano vedrà sta lavorando, per forza di cose, per un altro tipo di sguardo. Gli archeologi dicono che quello sguardo era quello degli dei del cielo, così come i Nazca li immaginavano. L'ipotesi alternativa fa un passo in più, e si chiede se quegli dei fossero soltanto immaginati.
Per decenni il numero delle figure conosciute è cresciuto lentamente. Poi, nel settembre del 2024, è arrivata una notizia che ha fatto il giro del mondo.
Un gruppo di ricerca guidato dall'archeologo Masato Sakai dell'Università di Yamagata, in Giappone, ha lavorato insieme a IBM Research per insegnare a un sistema di intelligenza artificiale a riconoscere i geoglifi nelle fotografie aeree ad alta risoluzione della pampa. Un geoglifo è appunto un disegno tracciato sul terreno. La macchina ha segnalato migliaia di zone sospette, che i ricercatori hanno poi controllato a piedi e con i droni. In soli sei mesi di lavoro sul campo, tra il 2022 e il 2023, sono state confermate 303 figure mai viste prima. In un colpo solo, il numero dei disegni figurativi conosciuti a Nazca è quasi raddoppiato. Lo studio è stato pubblicato su una delle riviste scientifiche più autorevoli al mondo, i Proceedings of the National Academy of Sciences degli Stati Uniti.
Le nuove figure sono sorprendenti. Ci sono esseri umani, lama, uccelli, gatti, serpenti, e perfino un'orca lunga ventidue metri che impugna un coltello, o quello che potrebbe essere un coltello.
Ma il dato più interessante è un altro, e riguarda la distinzione tra due tipi di figure. Quelle appena scoperte sono in gran parte piccole, di circa nove o dieci metri, realizzate con una tecnica a rilievo e collocate lungo sentieri e percorsi. I ricercatori ritengono che fossero pensate per essere viste da terra, da singole persone o da piccoli gruppi di passaggio. Le grandi figure famose, invece, quelle di animali selvatici come il colibrì e la scimmia, appartengono a un'altra famiglia. Sono enormi, disegnate a linea, inserite nella rete delle linee rette e dei trapezi, e secondo lo studio erano legate a rituali collettivi.
Questa scoperta viene spesso presentata come una conferma della lettura rituale.
Ma guardata con attenzione dice anche un'altra cosa, forse più importante. Dimostra che i Nazca sapevano benissimo fare figure pensate per l'occhio umano. Le facevano piccole, le mettevano accanto ai sentieri, le rendevano leggibili a chi passava. Quando volevano essere visti da terra, sapevano come fare. Ma i giganti no. I giganti li facevano diversamente, a una scala che dalla pampa non si poteva abbracciare. Se i piccoli disegni erano rivolti a chi camminava, a chi erano rivolti i grandi?
E la ricerca non è finita. L'intelligenza artificiale ha indicato molte più zone promettenti di quante i ricercatori abbiano potuto verificare finora. Il deserto di Nazca, dopo quasi un secolo di studi, continua a nascondere più di quanto abbia mostrato.
PER CHI ERANO FATTI
Mettiamo in fila ciò che sappiamo. Le linee di Nazca sono state tracciate da una civiltà reale e abile, capace di opere idrauliche che funzionano ancora oggi. Sappiamo come le ha fatte, con paletti, corde e un'enorme pazienza (forse). Sappiamo che alcune linee potrebbero avere un significato astronomico, che molte sembrano legate all'acqua e ai pellegrinaggi, e che il deserto era il palcoscenico di grandi rituali collettivi. Sappiamo che i Nazca facevano figure piccole per chi camminava e figure gigantesche per qualcun altro.
Ognuna delle tre grandi risposte coglie qualcosa. Il calendario spiega alcune linee. Il rito spiega il cammino. Ma nessuna delle due, da sola, spiega fino in fondo la scelta più strana di tutte, quella di disegnare immagini perfette alla scala del cielo. Ed è su questa scelta che la terza risposta continua a insistere. {{reperto}}
Forse i Nazca disegnavano per i propri dei, immaginati lassù, o forse non immaginati..., e questo bastava a giustificare secoli di lavoro per uno sguardo che non avrebbero mai visto con i propri occhi. È una spiegazione possibile, e anche commovente. Oppure disegnavano per qualcuno che lassù c'era davvero, e che dal cielo poteva vedere ciò che dalla terra restava invisibile. Uno sguardo che conoscevano, che aspettavano, e a cui volevano parlare nell'unica lingua che quello sguardo avrebbe potuto leggere.
Forse non sapremo mai quale delle due sia la verità. Ma la prossima volta che vedrete la fotografia di quel colibrì aperto sul deserto, provate a farvi una domanda semplice. Chi lo ha disegnato, duemila anni fa, sapeva che un giorno qualcuno lo avrebbe visto così, dall'alto, tutto intero? E se lo sapeva, chi glielo aveva detto?
CONSIDERAZIONE PERSONALE
Ho passato gran parte della mia infanzia a Napoli. Chi conosce quella città sa che quasi a ogni incrocio, all'angolo di un vicolo o sulla facciata di un palazzo, c'è un'edicola della Madonna. Una piccola nicchia, un'immagine sacra, qualche fiore, un lumino acceso. Da bambino ci passavo davanti ogni giorno, e ogni giorno vedevo qualcuno rallentare, farsi il segno della croce, lasciare una preghiera veloce prima di proseguire. Quelle immagini mi hanno fatto riflettere per tutta la vita.
Mi sono tornate in mente quando ho letto dello studio del 2024 sulle nuove figure di Nazca. Le piccole figure a rilievo, messe lungo i sentieri alla misura di chi cammina, sono le edicole di Nazca. Sono il sacro fatto per l'uomo che passa. Hanno la sua altezza, il suo passo, il tempo di uno sguardo. Ogni civiltà che conosco ha fatto così. Il sacro destinato alle persone si mette dove le persone lo possono vedere, e ha le dimensioni dei loro occhi.
Ed è proprio per questo che i giganti mi turbano. Nessuno a Napoli avrebbe mai dipinto una Madonna grande quanto un quartiere, visibile soltanto da un aereo. Non avrebbe avuto senso. Un'immagine sacra esiste perché qualcuno la guardi. Se i Nazca, che sapevano benissimo fare immagini a misura d'uomo, hanno scelto per le figure più importanti una misura che nessun uomo poteva abbracciare, allora quelle figure non erano rivolte agli uomini. Erano rivolte a qualcuno che guardava da un altro punto.
Non ho la pretesa di sapere chi fosse. Posso però dire quello che mi hanno insegnato le edicole della mia infanzia. Chi prega, prega verso qualcuno che sente presente. A Napoli si accende un lumino davanti alla Madonna perché si crede che lei ci sia, che veda, che ascolti. Mi chiedo se i Nazca, piegati per anni sulle pietre del deserto, non facessero la stessa cosa. Se non stessero accendendo il loro lumino, grande quanto una collina, per qualcuno che sapevano lassù. Qualcuno che forse un tempo era sceso davvero, e da cui speravano di essere visti ancora.
Forse la differenza tra noi e loro è tutta qui. Noi abbiamo messo il cielo in una nicchia, alla nostra misura. Loro hanno disegnato alla misura del cielo.