La barca di Noè era davvero una barca? Cosa dicono le fonti mesopotamiche

Chiudi gli occhi e pensa all'arca. Quasi certamente vedi uno scafo di legno con la prua rialzata, una casetta sopra il ponte, il collo di due giraffe che sporge dal tetto e una colomba in volo. È un'immagine potentissima, che ci portiamo dietro dall'infanzia.
Il problema è che non viene dai testi. Nessuna delle fonti antiche, né la Genesi né i racconti mesopotamici che la precedono, descrive qualcosa di simile. Quella figura nasce dall'iconografia medievale e rinascimentale, quando gli artisti dovevano rappresentare l'arca e disponevano di un solo modello mentale, la nave del loro tempo. Da lì è passata ai libri illustrati per bambini e da lì alla nostra immaginazione.
Se invece si torna alle parole, il quadro cambia radicalmente. E cambia in una direzione precisa, la stessa in tutte le fonti. Nessuna descrive una nave.

LA PAROLA CHE LA GENESI SCEGLIE DI NON USARE

L'ebraico biblico ha un termine ordinario per indicare una nave, oniyah. Compare in diversi punti della Bibbia, dalle flotte di Salomone al racconto di Giona, dove il profeta si imbarca su una oniyah diretta a Tarsis. È la parola normale, quella che chiunque userebbe.
Per il vascello di Noè la Genesi non la usa. Sceglie invece un termine raro, tevah, e questo è già di per sé un segnale che merita attenzione. Le lingue antiche non sprecano parole insolite senza motivo. Se lo scriba aveva a disposizione il termine comune e ha preferito un altro, è perché voleva indicare qualcosa che il termine comune non copriva.
Tevah, in tutta la Bibbia ebraica, compare in due soli contesti. Il primo è quello di Noè. Il secondo si trova nel secondo capitolo dell'Esodo, dove la madre di Mosè, per salvarlo dal decreto del faraone, costruisce una tevah di papiro, la spalma di bitume e di pece, vi depone il bambino e la lascia tra i giunchi sulla riva del Nilo.
Il parallelo è illuminante. Il cesto di Mosè non è un'imbarcazione. Non ha una rotta, non ha un pilota, non viene condotto da nessuna parte. È un contenitore impermeabilizzato che ha un solo compito, mantenere a galla e proteggere ciò che contiene, affidandolo alla corrente. Il bambino dentro non naviga, viene trasportato.
Le due tevah della Bibbia hanno in comune anche il rivestimento. Il cesto di Mosè è spalmato di bitume e pece. Il vascello di Noè, secondo Genesi 6:14, deve essere ricoperto di kofer, una sostanza bituminosa, dentro e fuori. Entrambe sono strutture sigillate, non scafi.
Non è un dettaglio linguistico marginale. È la scelta lessicale con cui il testo definisce la natura stessa dell'oggetto, e quella scelta punta verso il contenitore, non verso la nave.

UN VASCELLO CHE NESSUNO GUIDA

Il secondo elemento è un'assenza, ed è forse ancora più eloquente della parola.
Nel racconto della Genesi non compare alcun elemento di navigazione. Non c'è un timone. Non ci sono vele. Non ci sono remi. Non c'è un albero, non c'è una prua, non c'è un equipaggio nel senso proprio del termine. Nessuno, in tutto l'episodio, compie un'azione di pilotaggio. Noè non manovra, non corregge la rotta, non prende decisioni nautiche. Sale, resta dentro, aspetta.
Il vascello non va da nessuna parte per propria volontà. Sale con le acque, viene portato, e alla fine si arresta dove le acque lo depositano. Il testo dice che si posò sui monti dell'Ararat, ma non che vi fu diretto.
Poi c'è il dettaglio di Genesi 7:16, che vale la pena leggere con attenzione perché è di quelli che si tende a scorrere. Dopo che tutti sono entrati, il testo dice che il Signore chiuse la porta dietro di lui. Non è Noè a chiudere. La chiusura viene dall'esterno.
Fermiamoci un istante su cosa significa. Chi è dentro non controlla l'accesso, non può decidere di uscire, non gestisce la propria condizione. Un capitano chiude la propria nave. Chi si trova dentro un contenitore sigillato dall'esterno non è un capitano, è un contenuto.
L'unica apertura menzionata è un elemento che il testo chiama tsohar, in Genesi 6:16, e la cui traduzione è tutt'altro che sicura. Alcune versioni rendono finestra, altre tetto, altre ancora coprono la difficoltà con un generico apertura per la luce. La radice della parola richiama il chiarore, la luminosità del mezzogiorno, e proprio per questo alcuni commentatori antichi ipotizzarono che non si trattasse affatto di una finestra ma di una fonte di luce collocata all'interno. Sono speculazioni, ma nascono da un dato reale, perché nemmeno gli antichi lettori sapevano con certezza cosa fosse quell'elemento.

IL CUBO DI GILGAMESH

Se dalla Genesi si passa alle fonti mesopotamiche, che sono più antiche e che costituiscono il modello del racconto biblico, la stranezza aumenta invece di diminuire.
La tavoletta XI dell'Epopea di Gilgamesh contiene la versione del diluvio raccontata da Utnapishtim, il sopravvissuto. Qui il vascello ha misure esplicite, e quelle misure descrivono una forma che nessun costruttore navale ha mai adottato, una struttura dai lati uguali, un cubo, con la stessa dimensione in lunghezza, larghezza e altezza. All'interno, sette ponti sovrapposti, e ciascun livello suddiviso in nove compartimenti.
Un cubo è la forma peggiore possibile per un'imbarcazione. Non fende l'acqua, non ha stabilità direzionale, è ingovernabile per definizione. Nessuna cultura marinara costruirebbe una cosa simile per navigare. Ma è una forma ottima per un'altra funzione, contenere il massimo volume in modo compartimentato, distribuendo il carico su più livelli separati.
Anche qui il vascello viene sigillato con bitume, e anche qui c'è una chiusura significativa. Nel racconto è un uomo, il barcaiolo Puzur-Amurri, a sigillare l'accesso, e Utnapishtim gli consegna l'intera struttura in cambio di quel gesto. La chiusura, di nuovo, è un momento decisivo del racconto, e chi è dentro non ne dispone.
Quando il diluvio termina e la struttura si arresta, Utnapishtim apre un'apertura e libera degli uccelli per verificare se la terra sia riemersa, prima una colomba, che torna, poi una rondine, che torna, infine un corvo, che non torna. È la stessa sequenza che ritroviamo, con variazioni, nella Genesi. E anche qui la logica è quella di chi si trova chiuso all'interno di qualcosa che non gli permette di vedere fuori.

LA TAVOLETTA CHE HA CAMBIATO IL QUADRO

Nel 2014 la discussione si è arricchita di un elemento nuovo e clamoroso, ed è un caso raro in cui la notizia sensazionale corrisponde a un fatto scientifico verificabile.
Irving Finkel, assiriologo del British Museum e curatore della collezione cuneiforme del museo, ha tradotto una tavoletta di argilla piccola come uno smartphone, sessanta righe scritte in babilonese, datata tra il 1900 e il 1700 avanti Cristo. È stata battezzata Ark Tablet, la tavoletta dell'arca, ed è l'unico documento cuneiforme che contenga istruzioni tecniche di costruzione del vascello del diluvio.
Quello che descrive non è una nave. È un coracle, cioè un'imbarcazione circolare, del tipo che effettivamente veniva usato sul Tigri e sull'Eufrate per il trasporto fluviale, ma di dimensioni fuori scala. La tavoletta indica i materiali con precisione da capitolato, corda di fibra di palma in quantità enorme, costole di legno, e bitume caldo per l'impermeabilizzazione. La base misura circa 3600 metri quadri, con pareti alte sei metri. Finkel ha calcolato che la corda prescritta, srotolata, coprirebbe una distanza di centinaia di chilometri.
E la tavoletta contiene un dettaglio che vale da solo il ritrovamento, perché gli animali vi entrano a due a due. La formula che consideriamo tipicamente biblica compare in un testo mesopotamico di oltre un millennio più antico.
Ma il punto che qui ci interessa di più è la conclusione che Finkel trae dalla forma. Un coracle rotondo, osserva, appare bizzarro solo a chi ha in mente le illustrazioni dei libri per bambini. In realtà ha perfettamente senso, perché quel vascello non doveva andare da nessuna parte. Doveva soltanto galleggiare e mantenere al sicuro il proprio contenuto. Una scialuppa di salvataggio, non una nave.
Finkel ha anche avanzato un'ipotesi elegante sul rapporto tra questa versione e quella di Gilgamesh. Quando gli scribi successivi trasformarono l'arca rotonda in un cubo, mantennero invariata l'area interna, ma i calcoli sulla quantità di bitume necessaria smisero di tornare. Nella tavoletta XI si legge infatti che il bitume copre la struttura fino a due terzi dell'altezza, una precisazione strana che secondo Finkel corrisponde esattamente alla quantità che sarebbe servita per rivestire interamente un'arca circolare delle stesse dimensioni. Un residuo della versione precedente, rimasto incastrato nella nuova.
Per completezza va detto che quando fu costruita una replica in scala ridotta per un documentario, il bitume non tenne e la struttura imbarcò acqua. Il che è un promemoria utile. Una cosa è ciò che i testi descrivono, un'altra è ciò che funzionava davvero.

SIGILLATO PERCHÉ IL SOLE NON VEDA DENTRO

C'è poi una riga, nel poema di Atrahasis, che è probabilmente la più significativa di tutte per il nostro discorso.
Nelle istruzioni che Enki fa arrivare all'uomo prescelto, compare l'ordine di coprire la struttura come è coperto l'Apsu, cioè l'abisso delle acque sotterranee, e di farlo in modo che il sole non possa vedere all'interno.
Non è una precisazione decorativa. È una specifica costruttiva che riguarda la chiusura totale. La struttura deve essere coperta sopra, non aperta come il ponte di una nave. Deve essere isolata dall'esterno al punto che la luce non vi penetri.
Mettiamo insieme gli elementi che le fonti ci danno. Un termine che indica un contenitore e non una nave. Nessun sistema di propulsione o di governo. Una chiusura operata dall'esterno. Un rivestimento bituminoso interno ed esterno. Una copertura superiore che impedisce alla luce di entrare. Una compartimentazione interna su più livelli. E una funzione dichiarata, preservare, secondo le parole di Utnapishtim, il seme di ogni creatura vivente.
Il ritratto che ne esce è coerente e non è quello di un mezzo di trasporto. È quello di una capsula di conservazione.

LA LETTURA ALTERNATIVA E I SUOI LIMITI

A questo punto entra in gioco l'interpretazione non convenzionale, e vale la pena esporla per quello che è, distinguendo con precisione ciò che i testi dicono da ciò che viene aggiunto.
Zecharia Sitchin, nei suoi lavori, ha proposto che il vascello del diluvio non fosse un'imbarcazione di superficie ma una struttura sommergibile, progettata per resistere immersa all'ondata anziché galleggiare sopra di essa. La sua argomentazione parte proprio dagli elementi che abbiamo elencato, la chiusura ermetica, la copertura totale, l'assenza di qualsiasi apparato di navigazione, l'impermeabilizzazione completa, il fatto che nulla nella descrizione richieda o consenta il contatto con la superficie.
Come inferenza, non è priva di logica. Se un oggetto è sigillato, impermeabilizzato dentro e fuori, coperto in modo che la luce non entri e privo di ogni mezzo di governo, la funzione di galleggiamento passivo e quella di immersione non sono così distanti. Ma va detto con chiarezza che nessuna delle fonti descrive un'immersione. I testi parlano di un vascello che si solleva con le acque e che si arresta quando queste si ritirano. Il sommergibile è una ricostruzione di Sitchin, non un dato testuale, e chi la presenta come traduzione compie lo stesso errore che rende facile liquidare l'intera ipotesi.
C'è però un punto che non ha bisogno di alcuna forzatura, ed è forse il più interessante. Tutte le fonti concordano sulla funzione dell'oggetto, e quella funzione non è la salvezza di un uomo giusto. È la conservazione di un patrimonio biologico. Utnapishtim dice esplicitamente di aver caricato il seme di ogni creatura vivente. La tavoletta di Finkel prescrive gli animali a due a due, cioè in coppie riproduttive. La Genesi ripete la stessa logica, con le coppie che entrano perché la specie possa ricostituirsi dopo.
Nessuno di questi testi descrive un salvataggio generico. Descrivono tutti la stessa operazione, mettere al riparo, in un contenitore sigillato e compartimentato, il materiale necessario a far ripartire la vita dopo un evento che cancella tutto il resto. È una logica da conservazione programmata, e la si legge nei testi senza bisogno di aggiungervi nulla. {{reperto}}

COSA RESTA

La lettura tradizionale ha le sue risposte, ed è giusto darne conto. Il termine tevah, dice, indica semplicemente un'arca nel senso di cassa, e la sua rarità si spiega con il registro arcaico del racconto. L'assenza di strumenti di navigazione è teologicamente intenzionale, perché proprio dal momento che la salvezza viene da Dio e non dall'abilità umana, il vascello non deve essere guidato. La forma cubica di Gilgamesh e quella circolare della tavoletta di Finkel riflettono le tecniche costruttive e le convenzioni narrative mesopotamiche, non una funzione esotica. E la chiusura dall'esterno è un'immagine della protezione divina.
Sono spiegazioni sensate, e nessuno può dire che siano sbagliate. Ma hanno un tratto comune, perché intervengono tutte a valle, per ricondurre alla normalità elementi che, presi alla lettera, normali non sono.
Chi legge i testi senza il filtro dell'interpretazione successiva trova qualcosa di molto concreto. Un contenitore rivestito di bitume dentro e fuori, senza timone né vele, sigillato dall'esterno, coperto in modo che la luce non entri, diviso in compartimenti su più livelli, e caricato con coppie riproduttive di ogni specie vivente.
L'immagine del galeone con le giraffe che sporgono, a confronto, sembra appartenere a un'altra storia. Perché in effetti è così, appartiene alla nostra, non a quella che i testi raccontano.
Poi ciascuno tragga le proprie conclusioni. Ma la prima operazione, quella indispensabile, è togliere di mezzo l'illustrazione e tornare alle parole. Il resto viene dopo.

FONTI PRINCIPALI
Irving Finkel, "L'arca prima di Noè", Rizzoli, 2015, edizione originale Hodder & Stoughton, 2014, per la traduzione e l'analisi della tavoletta dell'arca conservata al British Museum.
Andrew George, "The Epic of Gilgamesh", Penguin Classics, 1999, per il testo della tavoletta XI e le misure del vascello di Utnapishtim.
Wilfred G. Lambert e Alan R. Millard, "Atra-Hasis, the Babylonian Story of the Flood", Oxford University Press, 1969, per il testo del poema di Atrahasis e le istruzioni di costruzione trasmesse da Enki.
Zecharia Sitchin, "Il pianeta degli dei", Piemme, edizione originale 1976, per la lettura alternativa del vascello come struttura sommergibile.

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